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Mostra articoli per tag: estinzione

Sembra proprio che il successo di un recente mockumentary (ne abbiamo ampiamente parlato qui) sull'improbabile sopravvivenza ai giorni nostri del megalodonte, il più grande squalo ad avere solcato i mari della Terra, abbia stuzzicato la fantasia di molti siti internet "specializzati" nel veicolare notizie completamente fasulle. Di norma lo scopo di siti del genere, che non sempre si premurano di inserire un disclaimer circa l'infondatezza di quanto riportano, è quello di essere mere macchine da "click" per il circuito di social network quali facebook, confondendo però le idee a un'ampia fetta di pubblico generalista in buona fede che spesso crede a quanto riportato.

Così il World News Daily Report, in data 23 settembre 2014 non si è fatto scrupoli a pubblicare, con tanto di foto a corredo, la notizia che un megalodonte di 15 tonnellate lungo 10 metri, era stato catturato al largo delle coste del Pakistan da un gruppo di pescatori locali, con tanto di dichiarazione del sedicente biologo Rajar Muhammar, convinto che il graduale riscaldamento dei mari stava spingendo questi enormi predatori ad avvicinarsi alle coste. La notizia in sé non meriterebbe commento alcuno, infatti la fotografia del presunto megalodonte non è altro che quella di una femmina di squalo bianco lunga 4 metri catturata in Sudafrica nel 2009 (maggiori info qui), ma permette di introdurre informazioni molto più importanti e interessanti, circa le ultime novità che la scienza ha diffuso sull'estinzione di questa gigantesca creatura dei mari.

Catalina Pimento del Museo di Storia Naturale della Florida e Christopher Clements dell'Università di Zurigo, hanno infatti recentemente pubblicato su PlosOne uno studio che prende in esame la documentazione fossile più recente riferita al megalodon applicando ad essa un modello matematico con l'intento di stimarne il più precisamente possibile la data di estinzione, da loro fissata a circa 2,6 milioni di anni fa. La parte più interessante del loro studio, sono però le congetture che dipingono gli scenari e i cambiamenti avvenuti all'ecosistema dei mari dopo la scomparsa del grande predatore. L'estinzione del megalodonte (che presumibilmente si cibava principalmente di cetacei) sembra infatti coincidere con l'aumento delle dimensioni dei misticeti (balene e balenottere) avvenuto lungo il corso del Pleistocene. Visto che le dimensioni corporee sono correlate alle funzioni ecologiche, gli autori propongono che i cambiamenti dei cetacei durante il confine tra Pliocene e Pleistocene, fu il risultato di nuove nicchie ecologiche che vennero occupate dai grandi misticeti. La moderna composizione e funzione ecologica dei cetacei filtratori sarebbe quindi il risultato dell'estinzione del megalodonte.

Una prova in più del fatto che questa evocativa creatura è scomparsa per sempre dai mari del pianeta.

Il megalodonte, Discovery Channel e alcuni miti da sfatare... Dopo il successo di un mockumentary dedicato alle sirene, Discovery Channel tenta di ripetere il colpo con una fiction dedicata al gigantesco megalodonte. Ma esistono davvero basi per ritenere che un animale del genere possa esistere ancora?

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Recentemente il canale satellitare Animal Planet di Discovery Channel ha realizzato un mockumentary, cioè un documentario parodia nel quale quello che viene raccontato è tutto rigorosamente inventato, la cui protagonista è un'ipotesi molto cara a romanzieri, cineasti di B-movie e criptozoologi troppo fantasiosi: la sopravvivenza attuale del megalodonte (Carcharodon (Carcharocles) megalodon).

Un grosso mammifero marino oggi estinto, la Ritina di Steller (Hydrodamalis gigas), rappresenta un caso tanto particolare quanto drammatico. Infatti una specie scoperta e descritta nel 1741 venne considerata estinta solo 27 anni dopo, nel 1768, a causa del massacro a cui fu sottoposta. Ma veniamo ai fatti.

La tigre del Caspio Panthera tigris virgata (Illiger, 1815) è una sottospecie quasi certamente estinta. La sua distribuzione originaria andava dalle foreste delle regioni a ovest e a sud del Mar Caspio, cioè dalla Turchia e Iran a ovest fino ad oriente, al deserto del Takla Makan, nello Xinjiang (Cina), attraverso tutta l'Asia centrale toccando le porzioni più settentrionali dell'Afghanistan e forse anche del Pakistan. Questa tigre, assai imponente e dalla folta pelliccia, può essere annoverata tra le specie più grandi, insieme alla tigre reale o del Bengala Panthera tigris tigris (Linnaeus, 1758) e alla tigre siberiana Panthera tigris altaica (Temminck, 1844), potendo raggiungere nei maschi quasi 250 Kg (il peso massimo registrato in natura fu 240 Kg).

Dal saola al linh duong, il sudest asiatico è la dimora di numerosi ungulati rari, elusivi e misteriosi, molti dei quali non sono ancora stati osservati in carne ed ossa dagli scienziati... clicca per saperne di più.

Nel corso delle ultime tre decadi, l'Asia, ed in particolar modo l'Indocina, ha riservato al mondo una lunga serie di scoperte zoologiche. Tra queste le più spettacolari sono senza dubbio quelle di ungulati, noti da sempre alle popolazioni locali, che spesso li cacciano per procurarsi cibo, ma solo di recente portate all'attenzione della zoologia.

Sul numero di ottobre della rivista The Auk, il giornale scientifico dell'American Ornithologists Union, è apparso un articolo* secondo il quale il picchio imperiale (Campephilus imperialis), il più grande conosciuto (60 cm di lunghezza) e parente stretto del picchio becco avorio, si è probabilmente estinto in Messico nella seconda metà del 20esimo secolo.

Il picchio dal becco avorio (Campephilus principalis), nonostante le sue dimensioni (50 cm) e il vistoso piumaggio bianco e nero, caratterizzato da una cresta rossa sulla testa negli esemplari maschi, non è mai stato, nemmeno all'epoca in era maggiormente diffuso, un uccello semplice da avvistare. Ogni coppia fertile necessita infatti di un territorio di almeno 8 km2.

Sapevate che il termine zebra con cui è conosciuto il famoso equide africano dal manto striato era un tempo utilizzato per descrivere un altro tipo di animale? Furono infatti i missionari portoghesi giunti in Africa a chiamare questi animali zebre, perché molto somiglianti ad un animale di nome zebro,  che diversi autori e documenti legali dei secoli passati indicano come presente nella Penisola Iberica sino al 1540, periodo della sua ipotetica estinzione allo stato selvatico.

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