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Mostra articoli per tag: nuova specie

I delfini di fiume, presenti nei grandi corsi d'acqua fangosi dell'Asia e del Sudamerica, sono tra i vertebrati più rari e minacciati del pianeta. Recentemente la descrizione di una nuova specie nella foresta amazzonica ha destato molto scalpore, ma le bizzarie e le soprese in quello che è lo scrigno della biodiversità potrebbero non essere ancora finite.

I lettori del sito hanno già fatto la conoscenza del discusso zoologo da campo Marcus Van Roosmalen, e di alcune delle specie controverse da lui descritte (qui e qui). Tra queste figura anche un tapiro pigmeo di pianura, che Roosmalen descriveva come più piccolo del noto tapiro del Sudamerica  (Tapirus terrestris), di colorazione nera, apparentemente circoscritto al basso e medio bacino del Rio Aripuana e conosciuto dalle popolazioni locali con il nome di anta pretinho (piccolo tapiro nero).

Il camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata), fu originariamente descritto come specie a sé stante da Neumann nel 1899 e in seguito considerato per molto tempo una sottospecie del camoscio alpino Rupicapra rupicapra, cioè R. rupicapra ornata, anche se le differenze sia morfologiche che comportamentali erano ben note e delineate. Successivamente, negli anni '80 furono svolte alcune indagini genetiche di popolazione con tecniche all'avanguardia per quel periodo e fu messa in evidenza una maggiore affinità del camoscio appenninico con le popolazioni iberiche afferenti alla specie Rupicapra pyrenaica.

Nonostante non si possa negare l'esistenza di una possibile origine comune, attestata dalle esistenti popolazioni relitte dovute probabilmente ad eventi glaciali e postglaciali, le differenze che emergono da alcuni recenti lavori (Crestanello et al., 2009; Rodriguez et al., 2010) dimostrano chiaramente che la popolazione appenninica si è differenziata ben oltre il livello di sottospecie, dimostrando anzi che la differenza tra questa e le altre popolazioni, sia Rupicapra pyrenaica, che Rupicapra rupicapra, possa essere valutata circa della stessa entità. Quindi appare evidente che debba essere ripresa l'originale dicotomia nomenclaturale a livello di specie a sé, ovvero Rupicapra ornata Neumann, 1899, dimostrando come l'autore avesse, su semplice base anatomo-morfologica, ben delineato e caratterizzato l'identità del taxon, che rappresenta una specie endemica dell'appennino di grande importanza biogeografica e conservazionistica.

Il camoscio è una specie utile su cui indagare sia l'effetto combinato della frammentazione genetica degli habitat, sia il prelievo venatorio che le traslocazioni (1).

L'articolo di Crestanello et al. (2009) apparso sulla prestigiosa rivista internazionale di genetica Journal of Heredity prende in esame alcune popolazioni europee di camoscio (genere Rupicapra) mettendo in comparazione le popolazioni alpine, quelle iberiche e quella appenninica.

E' stata analizzata la variazione genetica all'interno e tra le popolazioni di camoscio del genere Rupicapra in 259 campioni provenienti da 16 siti in Italia, Spagna, Slovacchia, e Repubblica Ceca. Sono stati utilizzati due marcatori di DNA mitocondriale (citocromo b e zona di controllo) e 11 microsatelliti (2). I principali risultati di questo studio possono essere riassunti come segue:

  • esiste un'elevata e significativa differenziazione tra quasi tutte le popolazioni di camoscio; ciò è stato osservato anche su scala microgeografica, probabilmente causata dalla distribuzione irregolare di questa specie, dalle nette e ben differenziate barriere geografiche e anche dal flusso genico (3) che ha provocato in tempi recenti effetti di deriva genetica dovuti a ingenti e drastiche riduzioni numeriche della popolazione.

  • gli eventi storici di traslocazione hanno lasciato un chiaro segno genetico, inoltre a livello delle popolazioni alpine anche l'ibridazione intraspecifica e financo interspecifica ha prodotto i suoi effetti.

  • la sottospecie appenninica di camoscio, Rupicapra pyrenaica ornata, mostra un alto livello di divergenza dalla popolazione pirenaica (Rupicapra pyrenaica pyrenaica) e dalla popolazione alpina (Rupicapra rupicapra), quindi, lo status sistematico di questi taxa deve essere necessariamente rivisto.

Questi risultati confermano l'utilità delle analisi genetiche di popolazione per analizzare e interpretare i modelli complessi di diversità, al fine di definire i fattori utili per la conservazione e la gestione delle popolazioni e delle specie.

Successivamente, nel 2010, è apparso anche un articolo più esaustivo: Integrating phylogeographic patterns of microsatellite and mtDNA divergence to infer the evolutionary history of chamois (genus Rupicapra), di Rodriguez et al. pubblicato sulla rivista BMC Evolutionary Biology, che utilizzando marker più ampii di DNA mitocondriale, precisamente 4 regioni, e 20 loci micro satellitari, mette in evidenza come le specie oggi considerate tali (sensu Rupicapra pyrenaica, e Rupicapra rupicapra) non siano da considerarsi monofiletiche (4).

La conclusione rilevante è che i risultati dell'analisi del DNA mitocondriale non corrispondono alle evidenze ottenute con i loci satellitari. Questi ultimi risultati sono consistenti con la vecchia divisione dei camosci su base morfologica, con tre gruppi (l'iberico, il nord-orientale, e l'appenninico). L'analisi del DNA mitocondriale, invece, potrebbe essere consistente con la definizione di un'unica entità specifica, considerando le numerose ibridazioni avvenute in passato. Da questo punto di vista, risulta assai singolare il fatto che la popolazione più vicina a Rupicapra pyrenaica ornata appare Rupicapra rupicapra cartusiana, delle Alpi occidentali francesi. In sintesi, se si considerano tre approcci sistematici, due di questi fanno pensare che dal punto di vista operativo (in senso conservazionistico) ma soprattutto filogenetico e biogeografico, appare molto più logico e biologicamente consistente considerare tre specie distinte ovvero Rupicapra rupicapra, Rupicapra pyrenaica (ognuna di queste due con varie sottospecie) e Rupicapra ornata, dell'Appennino. Rimarrebbe il problema di dove collocare la popolazione ridotta di Rupicapra rupicapra cartusiana, che appare con caratteristiche intermedie tra Rupicapra rupicapra e Rupicapra pyrenaica, sebbene morfologicamente più simile alla prima.

In conclusione mi sembra opportuno ribadire che la dovuta ricollocazione a livello specifico della popolazione appenninica permetterebbe, anche e soprattutto, di intervenire in azioni conservazionistiche più efficaci anche a livello Europeo, in difesa di questo endemismo italiano di origine relitta interglaciale.

Note
(1)
Le traslocazioni sono un tipo di di mutazione cromosomica derivata da un errato scambio di parti di cromosomi non omologhi durante il riarrangiamento di questi ultimi.
(2)
I microsatelliti sono tratti del DNA che hanno la funzione di marcatori del genoma.
(3)
Il flusso genico è la diffusione dei geni fra popolazioni, per migrazioni di individui in età riproduttiva, per dispersione di propaguli o, nel caso delle piante, per dispersione dei gameti sotto forma di polline, seguiti da riproduzione.
(4) Monofiletico, in biologia, si dice di gruppo di organismi (detto anche Clade) che si presume siano derivati da un progenitore comune.


Bibliografia essenziale
Crestanello, B., Pecchioli, E., Vernesi, C., Mona, S., Martinkova, N., Janiga, M., Hauffe, H. C., Bertorelle, G. 2009. The Genetic Impact of Translocations and Habitat Fragmentation in Chamois (Rupicapra) spp. Journal of Heredity, 100 (6): 691-708

Rodriguez, F., Perez, T., Hammer, S. E., Albornoz, J., and Dominguez, A. 2010. Integrating phylogeographic patterns of microsatellite and mtDNA divergence to infer the evolutionary history of chamois (genus Rupicapra). BMC Evolutionary Biology, 10, 222.


Qualche giorno fa l'utente C. M. Wild, ha segnalato all'attenzione del forum del sito un servizio di Striscia la Notizia inerente alla possibile scoperta di una nuova presunta specie di lemure. La sintesi del video, che è possibile visionare cliccando qui, è la seguente: durante una spedizione notturna in una zona non precisata del Madagascar nordoccidentale, la guida Luca Rosetti avrebbe filmato un esemplare maschio e uno femmina di una specie di lemure ancora sconosciuta alla scienza. Le caratteristiche fenotipiche che più la differenziano dalle specie affini sino ad ora conosciute sarebbero le dimensioni maggiori e una colorazione peculiare. Il serivizio termina con un simpatico omaggio al reporter Moreno Morello, al quale viene scherzosamente dedicato il nome della nuova specie, un improbabilissimo Lemurellus strisciae.

Anche se non spettacolare, in termini di dimensioni, come i recentemente scoperti varano bitatawa e rinopiteco del Myanmar, l'ultimo arrivato nella classe dei mammiferi, l'olinguito (Bassaricyon neblina), detiene il non trascurabile primato di essere il primo nuovo rappresentante dell'ordine dei Carnivori* descritto nel continente americano dopo 35 anni.

Dal saola al linh duong, il sudest asiatico è la dimora di numerosi ungulati rari, elusivi e misteriosi, molti dei quali non sono ancora stati osservati in carne ed ossa dagli scienziati... clicca per saperne di più.

Nel corso delle ultime tre decadi, l'Asia, ed in particolar modo l'Indocina, ha riservato al mondo una lunga serie di scoperte zoologiche. Tra queste le più spettacolari sono senza dubbio quelle di ungulati, noti da sempre alle popolazioni locali, che spesso li cacciano per procurarsi cibo, ma solo di recente portate all'attenzione della zoologia.

Nel 1952 il Dr Hugo Flecker [1] descrisse scientificamente una particolare sindrome nota ai medici delle coste australiane da diverse decadi. Questa sindrome si manifesta inizialmente con una sensazione di punture in una o più aree del corpo, seguita da un'esteso arrossamento della pelle, che sparisce rapidamente.

Una recente e importante scoperta zoologica avvenuta nell'area conosciuta come Pernambuco Endemism Centre, facente parte delle riserve della Foresta Atlantica Brasiliana, dimostra per l'ennisima volta l'estrema importanza che una capillare ricerca etnozoologica, unita al lavoro dei biologi da campo, può rivestire nella salvaguardia di specie molto rare in via d'estinzione non ancora conosciute dalla scienza.

Nel suo libro Monkey of Amazon del 1854, Alfred Russel Wallace basò le sue teorie sull'evoluzione tramite le osservazioni fatte durante la sua lunga permanenza in Alta Amazzonia. La sua ipotesi delle barriere fluviali prevedeva che il bacino amazzonico fosse una sorta di enorme arcipelago d'acqua dolce i cui fiumi principali fungevano da barriere causanti il fenomeno della speciazione.

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