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Mostra articoli per tag: ominologia

La scoperta avvenuta nel 2004 delle ossa degli ormai famosi "hobbit" dell'isola di Flores, non stupì soltanto i paleonotologi, ma anche l'antropologo culturare Gregory Forth, che in un certo senso si era imbattuto in questi piccoli uomini sin dal 1984... Ebu gogo: memoria collettiva o folklore?
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Nel 2008, un team di paleontologi russi scoprì nella Caverna di Denisova (nei Monti Altai in Siberia) un singolo osso proveniente dal dito di un giovane ominide. Questo reperto, a prima vista insignificante, si trasformò rapidamente in una delle più sensazionali scoperte antropologiche degli ultimi decenni. Tradizionalmente si riteneva che negli ultimi 100.000 anni siano vissute solo due specie di ominide: Homo sapiens e H. neanderthalensis. Nel 2004, nonostante un feroce dibattito che ha mostrato al pubblico i peggiori lati della moderna antropologia, se ne è aggiunta una terza: il piccolo Homo floresiensis dell'Isola di Flores nell'arcipelago indonesiano, estintosi ufficialmente solo 17.000 anni or sono, ben dopo la data ufficiale d'estinzione dei Neanderthal. L'uomo moderno non era più solo.

La genetista Melba Ketchum afferma di aver sequenziato il DNA del bigfoot, ma non tutti i DNA riescono col buco...
Ecco un riassunto della vicenda che ho scritto per gli amici del CICAP: clicca qui

Zhou Guoxing, antropologo del Museo di Storia Naturale di Pechino, fa un bilancio dei suoi 50 anni di ricerche sulle tracce del leggendario yeren.

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Oltre ad avere una ricca tradizione folkloristica relativa al cosiddetto "uomo selvatico" (dove è conosciuto con svariati nomi: renxiong, maoren, shangui, xueren, feifei e il più comune yeren), la Cina è anche uno dei pochi Paesi al mondo ad essersi dedicato attivamente alla sua ricerca. L'interesse scientifico esplose negli anni '50, sulla scia di quanto accadde nell'allora Unione Sovietica in concomitanza con il diffondersi in tutto il globo delle notizie riguardanti lo yeti dell'Himalaya, ma l'apice fu raggiunto nel 1977 e nel 1979, anni in cui l'Accademia Cinese delle Scienze affidò all'antropologo Zhou Guoxing del Museo di Storia Naturale di Pechino, la coordinazione di due spedizioni su larga scala con lo scopo di svelare il mistero una volta per tutte...

Nel 1986 il rinomato primatologo tedesco Holger Preuschoft e il suo collaboratore M. Gunther stavano conducendo uno studio sul campo sull'etologia delle popolazioni dei macachi dalla faccia rossa (Macaca fuscata) presso l'isola di Kyushu. Durante la loro lunga permanenza nella zona, scoprirono per puro caso che su un affioramento roccioso in riva al mare della piccola isola di Koshima, era presente una strana impronta fossile. Di aspetto vagamente umano era lunga più di 40 cm e impressa in sedimenti databili al Miocene medio, circa 15 milioni di anni fa!

Rob Odgen della Royal Zoological Society of Scotland è stato alquanto diretto nelle sue dichiarazioni in merito alla vicenda: 

Avevamo diversi frammenti che abbiamo inserito in una grande sequenza che poi abbiamo confrontato con il database, scoprendo DNA umano. Umano era quello che ci aspettavamo di trovare ed umano è stato quello che abbiamo trovato

Come si sa, "volte ritornano", ma se la notizia pubblicata questa mattina sul sito internet del Daily Mail non è una bufala, in questo caso si tratterebbe di un ritorno in grado di chiudere per sempre (o aprire...) un altro capitolo nella lunga saga dell'"abominevole uomo delle nevi".

Sembra infatti che dopo oltre 40 anni sia stato finalmente ritrovato il presunto dito di yeti appartenente ad una mano mummificata proveniente dal monastero di Pangboche...

Un documento governativo ufficiale che regolamenta la "caccia" allo yeti tra due stati esteri può sembrare fantascienza, ma è esattamente ciò che è emerso dagli Archivi Nazionali americani...

Il Professor Jeff Meldrum della Idaho State University, esperto negli adattamenti della locomozione umana e famoso per le sue ricerche sul bigfoot, ha recentemente varato un interessante progetto editoriale che prende il nome di The Relict Hominoid Inquiry:

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