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Storia della Criptozoologia I.

Prefazione

Il mio primo approccio alla lingua francese fu una doccia fredda...

Era il 1999 quando poco più che ventenne mi vidi recapitare dal postino una grande busta che riportava nella dicitura del mittente "Gruppo Criptozoologia Italia". Avevo infatti scoperto soltanto qualche anno prima che la "passione" che sin da bambino mi faceva ritagliare e collezionare tutti gli articoli di giornale inerenti gli "animali misteriosi" (non importa se minuscoli come un topo o grandi come un elefante) era stata (ben prima che io nascessi) elevata a scienza da uno oscuro zoologo franco belga dallo strano cognome, un certo Bernard Heuvelmans (la cui biografia cronologica completa è accessibile cliccando qui) e che, ancora più recentemente, esisteva in Italia (da ben tredici anni) un Gruppo di studio fondato dallo storico direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo, il Prof. Franco Tassi, appositamente dedicato alla divulgazione di questa affascinante disciplina: il Gruppo Criptozoologia Italia.

Tempo prima avevo spedito una lettera indirizzata al Gruppo ed ora con mio grande stupore, e senza avere sborsato una lira, mi ritrovavo ad aprire una busta contenente tre volumi a colori dal titolo "Criptozoologia: una nuova scienza per risolvere antichi misteri". Uno di questi, il più corposo, riportava la dicitura "Storia della criptozoologia", ma appena lo sfogliai per immergermi nella lettura scoprii con rammarico che il testo in esso contenuto era in lingua francese, che ai tempi conoscevo più o meno come oggi conosco l'aramaico antico o come Bill Gates le librerie ".DLL" alla base di windows. Dopo qualche giorno di titubanza decisi di procurarmi un dizionario di francese (lo chiesi in prestito ad un amico e glielo restituii soltanto diversi anni più tardi dopo l'ennesima minaccia di morte) e di iniziare a tradurre, parola per parola (ma ahimè senza trascriverle), il contenuto della rivista...

Essendo questo ed altri lavori (alcuni ancora inediti) stati personalmente donati da Bernard Heuvelmans a Franco Tassi perché quest'ultimo li pubblicasse nella maniera che più avesse ritenuta opportuna, è ora possibile per criptozoo (come già precedentemente successo due anni fa con la pubblicazione di "King Kong è tra noi!") ospitare per la prima volta in italiano la prima parte della "Nascita e Storia della Criptozoologia", che nelle intenzioni dell'Autore, doveva rappresentare il quinto capitolo della grande opera "Storia Naturale degli animali nascosti. Introduzione alla criptozoologia", che non fu mai portata a termine, e che solo recentemente è stata parzialmente pubblicata dall'editore Kegan Paul con il titolo "The Natural History of Hidden Animals".

Quello che segue è il frutto di lunghe ore passate a tradurre un incredibile testo nel quale la mostruosa (mai come in questo caso il termine è appropriato) cultura dell'Autore emerge ad ogni battuta, ma anche -e soprattutto- il mio regalo di Natale per tutti i lettori del sito, che aumentano esponenzialmente di anno in anno, e che ringrazio di cuore.

Buona lettura.
Lorenzo Rossi, Cesena, 2007

Nascita e Storia della Criptozoologia
Prima Parte
(di Bernard Heuvelmans – traduzione di Lorenzo Rossi)

Esistono fatti sconcertanti, testimoniati da uomini seri che li hanno visti con i propri occhi, o che li hanno appresi da altri uomini come loro: accettarli tutti o negarli tutti sembra essere equivalentemente improduttivo; ed io oso dire qui che,come con tutte le cose fuori dall'ordinario che esulano dalle regole comuni, bisogna schierarsi in mezzo ai creduloni e agli scettici incalliti. (Jaen de la Bruyere, "Le Caractères", chap. XIV, 1689)

Ho paura dell'arroganza, da un punto di vista scientifico, di negare l'esistenza di ciò che si ignora. Sono infatti i rispettabili scienziati che dalle loro scrivanie, decretano che le sorprendenti osservazioni di animali giganti sconosciuti sono soltanto favole. Io affermo che il nostro mondo nasconde ancora un numero di specie animali giganti e mostruose.(Lorenz Hagenbeck, direttore dello zoo di Hamburgo e giornalista, 1950 circa)

Almeno sino alla fine del XVIII secolo la zooologia non aveva bisogno della criptozoologia: una ricerca sistematica delle specie animali ancora sconosciute era assolutamente superficiale. Sin da quando i viaggiatori europei, particolarmente dal XV secolo in poi, iniziarono ad esplorare e conquistare con insaziabile avidità tutte le "terre oltre l'orizzonte", mettendo in rete ed intrappolando ovunque animali (o di fatto pescando e sparando a caso), sembravano adempiere ampiamente a questo scopo.

Tutti i naturalisti, bruciando di curiosità e passione di scoprire qualcosa di nuovo, tendevano l'orecchio alle più vaghe informazioni su mammiferi, uccelli, rettili o pesci che apparentemente non erano stati ancora classificati. In un certo senso erano tutti consumati dallo spirito della criptozoologia, sebbene non sentissero la necessità di codificare un raffinato metodo per raggiungere i loro obbiettivi nel minor tempo possibile.

Buffon disse, molto appropriatamente, "gli antichi, la cui mente era meno confinata e i cui pensieri erano più vasti, erano meno stupiti di noi riguardo alle cose che non potevano spiegare: loro vedevano molto chiaramente la natura così come essa è". Un tale modo di pensare durò per tutto il Rinascimento.

Dalle menti aperte agli scettici ostinati.

Non accadeva mai che gli zoologi del XVI e del XVII secolo esitassero ad inserire nei loro cataloghi animali di cui si sentiva parlare nel mondo, anche se i loro resti mummificati o conservati in formaldeide – corazza, pelle, cranio o scheletro – non erano presenti nei vecchi gabinetti delle curiosità o negli emergenti Musei di Storia Naturale. Questo, chiaramente, portava ad uno svantaggio, sebbene di piccola entità: quello di includere nei manuali di zoologia le descrizioni ed anche i disegni di qualche creatura poco conosciuta, spesso "metamorfomizzate" con tale intensità dalle tradizioni che il loro aspetto originale era scarsamente se non del tutto  irriconoscibile. Di fatto è infine emerso che queste creature favolose (spesso chiamate "mostri" per via delle caratteristiche stravaganti e spaventose ad esse attribuite) non erano altro che animali perfettamente conosciuti che furono inconsciamente mitizzati dai nostri pensieri emozionali ed in seguito più o meno distorti e "romanticizzati" per essere inseriti nell'ampia gamma degli archetipi che riflettono le nostre ambizioni, le paure, i desideri, i nostri pregiudizi e i nostri conflitti interiori.

Le più fantastiche di queste creature, come l'unicorno ed il satiro, la sirena e il serpente di mare, il drago e il basilisco, la fenice e il Roc, figuravano nella maggior parte delle enciclopedie dei naturalisti e geografi del XVI e XVII secolo, ma un centinaio di anni dopo, dato che questi animali erano imbevuti di caratteristiche mitiche e a volte soprannaturali, molti di essi scomparvero dalle pubblicazioni di due dei maggiori zoologi del XVIII secolo, lo svedese Carl Von Linné (1717-1778), che tentò di classificare la Natura in un sistema gerarchico, ed il francese Buffon (1707-1788), che da parte sua cercò le cause ed i motivi alla base della biodiversità.

Non tutte comunque furono eliminate, così l'Homo troglodytes, il villoso uomo selvatico dalle abitudini notturne ed il Microcosmus marinus, una bestia tentacolata tanto grande da potere essere scambiata per un'isola, figuravano entrambi nel "Systema naturae" di Linneo (perlomeno nelle prime edizioni), e Buffon era ancora convinto che vi fossero tigri in Africa, ed anche un "abominevole uomo dei boschi" - rapitore di fanciulle di colore – il Pongo, una creatura davvero incredibile che ora classifichiamo con il nome di Gorilla gorilla.

 
(George Louis Leclerc de Buffon)

Non ci si può davvero stupire di questo. Appena cinquant'anni prima, un uomo erudito e rispettato, Bishop Erik Ludvigsen Pontopiddan (1698-1764), dedicò un importante capitolo della sua "Storia Naturale di Norvegia" a tre delle più prestigiose star del Pantheon dei "mostri" marini: la sirena, il kraken ed il serpente di mare. Essendo la Scandinavia una terra ricca di leggende, queste creature potevano facilmente essere considerate negli altri Paesi come favole nate tra le nebbie del nord, ma nessuno scienziato del tempo pensò di mettere in discussione la loro esistenza.

Nondimeno è d'obbligo ammettere che anche la più fantasmagorica delle creature della letteratura, arte e folklore antico, appariva letteralmente prosaica, non diversamente dagli animali che erano per davvero ed accuratamente stati osservati in terre lontane, o i cui colossali resti erano stati scavati fuori dalle profondità della Terra.


(Erik Ludvigsen Pontopiddan)

Fu così che nel 1784 apparve in Germania un anonimo libretto con un titolo molto significativo: "Beschreibung, ausfuhrliche und accurate, nebst genauer abbildung, einiger vorhin fabelhafter geschopfe, welche in der heutigen naturge schichte beruhmter schrift steller ganzlich verandert und ins light gestellt sind" (Dettagliata ed accurata descrizione, assieme alla loro corretta rappresentazione, di qualche precedente creatura favolosa, che nelle attuali Storie Naturali di diversi autori di buona reputazione appare completamente cambiata e portata alla luce).

Qualche anno dopo, nel 1791, fu pubblicato in Italia una dissertazione scientifica sullo stesso tono dal Dott. Luigi Bossi, membro dell'Accademia delle Scienze e dell'Umanesimo di Mantova, scritta sotto forma di una lettera indirizzata al Conte Gian Rinaldo Carli: "Dei basilischi, dragoni et altri animali creduti favolosi".

In sintesi emerse che, alla luce del progresso della scienza, gli animali non andavano divisi in due categorie: quelli chiaramente autentici da un lato, e quelli interamente prodotti dall'immaginazione dall'altro. Bestie che erano credute leggendarie furono scoperte in natura ed imbalsamate ed esibite nei Musei, se non addirittura in carne ed ossa nei giardini zoologici. Frammenti di ossa gigantesche che emergevano dalla terra in tutto il mondo mostravano che erano esistiti, se non altro in altre epoche, animali che erano più esotici anche di quelli che venivano considerati completamente frutto dell'immaginazione. E così gli zoologi non esitarono a dare a creature in carne ed ossa, spesso proprio le più prosaiche di tutte, nomi (come drago, kraken, basilisco, lamia, sfinge, satiro, etc.) che erano considerati ad uso esclusivo degli antichi bestiari della mitologia.

In breve, gli animali favolosi furono spogliati dai loro tratti fantastici, mentre gli animali reali furono "decorati" con i tratti della mitologia. Il confine tra i due si assotigliò poco a poco... ma ad ogni modo, non per molto tempo. Quando le osservazioni di mostri leggendari del tipo più classico continuarono ad essere riportate nel XIX secolo (serpenti di mare lungo la costa Atlantica del Nord America, enormi piovre sulle coste dell'Africa e persino bellissime sirene bionde presso le Isole Britanniche), alcuni naturalisti puntigliosi – perlopiù studiosi da scrivania – iniziarono a lagnarsi in modo indignato e tagliente, con esagerata forza e tavolta violenza, contro quelle che definivano "assurde favole", "fantasie da viggiatori" (quello che arriva da lontano è una bugia), "fiabe" ed anche "chimere generate da menti semplici e malate". I serpenti marini del Nuovo Mondo furono stigmatizzati con il nome infamante di "Yankee Humbug" (Imbroglio Yankee). Una tale e brutale inversione di tendenza degli scienziati del tempo richiede una spiegazione.

Barone Cuvier contro Presidente Jefferson.

Nel 1795 il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson (1743-1826), che era pratico di scienze naturali come di politica, ebbe l'occasione di esaminare delle ossa fossili che successivamente furono classificate come appartenenti ad un bradipo terrestre gigante e che includevano, in modo particolare, un enorme artiglio. Fu per questo motivo che Jefferson diede a questo animale il nome di Megalonyx, che significa "grande artiglio", e che lui considerava un enorme felino "grande più di tre volte un leone". Sulla base di questa prova concreta egli concluse: "se questo animale è un tempo esistito, è probabile in base alla visione generale degli avvenimenti naturali, che possa esistere tutt'ora". Si sentì così completamente giustificato nel dichiarare in un rapporto pubblicato nel 1799: "nell'attuale interno del nostro Continente esistono sicuramente numerose aree e territori sufficientemente vasti per ospitare elefanti e leoni, se in questo clima potessero sopravvivere, e per mammoth e megalonyx che potrebbero esistere tuttora. La nostra totale ignoranza sull'immenso Paese dell'Ovest e Nord-Ovest, e di quanto contiene, non ci autorizza a dire cosa non contenga".

Fece una simile affermazione per via del fatto che vide con i propri occhi, sullo scosceso argine roccioso di un fiume, antiche incisioni rappresentanti vari animali, tra cui "la perfetta figura di un leone" (non un puma!), ed anche perché l'esistenza di una tale bestia selvatica era supportata dalle tradizioni indiane "considerate come favole, ma che hanno guadagnato credito dalla scoperta di queste ossa". Questo è un perfetto esempio di approccio criptozoologico.

Chiaramente Jefferson era in errore circa l'identità di questo "grande artiglio", ma l'attendibilità che esso diede alla tradizione indiana non è in alcun modo ridimensionata da questo fatto. Queste leggende erano sicuramente basate sulla presenza in Nord America, nel Pleistocene, di quello che è considerato un giaguaro gigante, Panthera atrox, non necessariamente maculato, i cui resti dimostrano che era ancora sicuramente presente in carne ed ossa fino ad appena 10.000 anni fa.

Ad ogni modo nessuno all'epoca aveva pensato di smentire o ignorare le affermazioni del Presidente Jefferson.


(Thomas Jefferson)

Circa cinquant'anni più tardi le cose cambiarono notevolmente, quando Georges Cuvier, il "padre della paleontologia", dichiarò nel 1812 in un'accesa tirata che c'erano "poche speranze di scoprire nuove specie di grandi quadrupedi". Con riguardo agli animali favolosi, si permise inoltre qualche nota di sarcasmo: "ci auguriamo che nessuno pensi di cercarli sul serio, sarebbe come cercare gli animali di Daniele o le bestie dell'Apocalisse. Permetteteci di non cercare nemmeno gli animali mitologici dei Persiani, fonte di un'ancora più fertile immaginazione".

Eravamo ben dentro il XIX secolo che fu definito, e non senza ottime ragioni, "ottuso". D'ora innanzi dogmatismo e settorialismo: in parole povere ricorso al principio d'autorità. Un rigido e riconosciuto autoritarismo, che permeava tutte le nostre conoscenze sotto il pretesto del razionalismo ed un poco digesto positivismo. Le decisioni di cosa era accettato o non accettato dalla scienza, che si supponeva dovesse risolvere tutti i problemi dell'umanità, e che era così deificata, sembravano ispirate dal fanatismo religioso. I tempi erano giunti, o più esattamente giunti ancora -dagli abissi del Medioevo- per pontificazioni, comunicazioni accademiche e cerimonie in pompa magna e taboo scientifici.


(Georges Cuvier - ritratto di C. Lorichon, 1826)

Nel regno della zoologia questa tendenza si manifestò nella tangibile dittatura intellettuale esercitata da alcuni scienziati – che erano nondimeno uomini talentuosi - , come Georges Cuvier (1769-1832) in Francia, Sir Richard Owen (1804-1892) in Inghilterra e Rudolf Virchow (1821-1902) in Germania. Negli Stati Uniti, cioé in una società di persone dalle origini più disparate e senza passato storico, il clan dei "possessori e distributori" di conoscenze per almeno un secolo non aveva avuto la possibilità di sussistere, per via di una cascata di rivoluzioni scientifiche e perciò della consapevolezza della fragilità e dell'effemirità di tutte le teorie e sistemi. Ma la tendenza ad un sottile e rigido dogmatismo sarebbe infine arrivata e durata di più rispetto al Vecchio Mondo, di almeno cento anni.  In zoologia tutto era incarnato nella persona del grande paleontologo George Gaylord Simpson (1902-1984).


(Richard Owen)

Lo scetticismo egualmente opposto sia alla credulità che all'incredulità.

Pochi autodidatti illuminati che possono essere definiti i "profeti della criptozoologia", anche prima della fine del XVIII secolo avevano già avuto sentore del periodo di crisi che la scienza avrebbe presto attaversato. Poco prima della sua morte lo scrittore inglese Oliver Goldsmith (1728-1774) scrisse nel suo saggio "Storia della Terra e della Natura vivente"; "Credere a tutto quello che è stato detto sul kraken e sul serpente di mare sarebbe credulità, ma rigettare la possibilità della loro esistenza sarebbe presunzione". E nel 1799, l'attore e drammaturgo inglese Thomas Holcroft (1745-1809) dopo avere sentito di recenti avvistamenti di questi veri e propri mostri marini, scrisse in una lettera ad uno dei suoi amici "chi può affermare di potere etichettare fuori dai confini del possibile? Alcuni marinai trattanto questi racconti come assolutamente falsi e ridicoli; altri affermano seriosamente che sono veri; ed io penso che è un dovere raccogliere prove e restare su questa questione, come su molte altre, con un certo grado di scetticismo".

Così le parole furono dette. Come in qualsiasi cosa che coinvolga la scienza, "scetticismo" è in questo caso la parola chiave, essendo l'essenza del vero spirito scientifico.

Ed è per l'appunto perché questo termine porta in sé tanto peso che, deliberatamente o inconsciamente, è quasi sempre utilizzato in modo improprio, falso od incorretto dalla maggior parte delle persone, in modo particolare da quelle possono essere marchiate con l'epiteto di "systematic debunkers", come si dice comunemente in lingua inglese. Quando queste persone si confrontano con nuove idee o nuovi fatti, che sono inusuali, incredibili, o imbarazzanti, si accontentano di scuotere le spalle e dire che, essendo scettici, non credono a queste cose. Ma in realtà non sono affatto scettici, sono semplicemente increduli, che è una cosa diversa ed anche contraria.

L'essenza dello scetticismo è di fatto il dubbio. Per essere un vero scettico, come ben disse Anatole France (1844-1924), che era uno di questi, "bisogna dubitare di tutto,anche del valore del dubbio". Non bisognerebbe accettare né rigettare nulla a priori. Nessuno dovrebbe esprimere opinioni prima di essere completamente informato e prima di avere esaminato attentamente e con grande cura tutte le prove possibili.

Pierre Bayle (1647-1706), autore del "Dizionario Storico e Critico", il cui spirito sembra avere ispirato quello dell'intero secolo successivo, il secolo dell'illuminismo, disse ben giustamente "credere a tutto e non credere a niente sono due estremi che non conducono a nulla". Inutile dire che esiste una felice via di mezzo che si trova a metà di quanto Padre Jacques d'Autun definì nel 1671 "incredulità scienitifica e ignorante credulità".

Tutto è stato detto e fatto, la criptozoologia è fondata sul più elementare buon senso.

I più grandi nomi della scienza hanno supportato lo spirito della criptozoologia.

Gli uomini di scienza dalla mente aperta non cedettero mai -è necessario dirlo?- alle imposizioni dei dittatori scientifici del XIX secolo. Essi continuarono a mostrare lo stesso interesse verso tutti gli indesiderati "mostri" e a collezionare zelantemente i più piccoli stralci di informazioni sul loro conto. Il fatto è che il leggendario serpente di mare non appariva soltanto nelle pagine dei gazzettini e non esclusivamente nella stagione estiva, come vuole la credenza popolare, sebbene senza la minima giustificazione, ma era menzionato regolarmente nella letteratura scientifica del mondo intero. Per essere persuasi di questo è sufficiente dare un'occhiata agli indici di alcune delle più rispettabili pubblicazioni scientifiche dello scorso secolo.

Edward Newman (1801-1876), editore dello "Zoologist" di Londra, nella prefazione al primo volume del suo giornale (1847), riassunse molto bene quella che era, o almeno avrebbe dovuto essere, l'attitudine dei vari scettici dell'epoca: "Le comunicazioni e citazioni sul "serpente di mare" sono ben meritevoli di un'attenta analisi: è impossibile supporre che tutti i dati su questo argomento siano fabbricati con lo scopo di ingannare. Un fenomeno naturale di qualche tipo è stato osservato: sta a noi cercare una soluzione soddisfacente piuttosto che insabbiare l'inchiesta per la paura del ridicolo [...] sicuramente non è necessario sollecitare troppo una sospensione a giudizio sul fatto che  un mostro che può esistere nel mare non adorna le nostre collezioni".

Tra i primi sostenitori di ciò che sarebbe diventata la criptozoologia possono essere menzionati i grandi nomi della scienza. Di fatto lo scrissi nel mio lavoro "Le grand serpent-de-mer" (1965) sul particolare problema in questione, menzionando questi eminenti nomi della scienza che erano particolarmente interessati al grande serpente di mare. Ad ogni modo gli occhi dei naturalisti curiosi non erano focalizzati su questi mostri degli oceani soltanto durante l'ultimo secolo.

Nella sua imponente opera di dodici volumi che dedicò ai "Viaggi attraverso le regioni dell'equinozio del Nuovo Mondo" intrapresi dal 1799 al 1804 in compagnia dello scienizato francese Aime Bonpland (1773-1859), Alexander von Humboldt (1769-1859), il "padre della geografia fisica", espresse dubbi riguardo l'esistenza in Sud America di una grande scimmia antropoide sulla quale circolavano molte voci, ma nonostante ciò rifiutò categoricamente di considerarle semplici favole: "Nel trattarle con sufficienza, le tracce di una scoperta possono andare perdute, in filosofia naturale così come in zoologia, [...] i viaggiatori che visiteranno dopo di noi le missioni dell'Orinoco dovrebbero seguire la ricerca del "Salvaje" o "Great devil" dei boschi; e cercare di capire se si tratta di qualche specie sconosciuta di orso o di qualche scimmia molto rara [...] che può essere all'origine di queste singolari storie".

Che grande incoraggiamento per la criptozoologia!


(Alexander von Humboldt)