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Storia della Criptozoologia II.

In Gran Bretagna i fossili viventi diventano di moda.

Su un altro fronte, ed in modo leggermente diverso, i liberi pensatori della scienza si opposero presto al dogma di Cuvier oltre a quello che condannava gli zoologi-esploratori alla disperazione: il fatto che gli animali della "preistoria" creduti viventi solo in un remoto passato, non furono mai contemporanei all'uomo e che certamente non potevano essere sopravissuti sino alla nostra epoca per spiegare certe misteriose creature avvistate in tempi attuali.

Uno dei primi a prevedere possibili sopravvivenze di questo tipo fu il naturalista ed esploratore francese Jean Baptiste Bor de Saint Vincent (1780-1846), che è considerato uno dei pionieri della divulgazione delle scienze naturali. Nell'articolo "Animali Perduti" che scrisse per "L'encyclopedie moderne", pubblicata dal 1822 al 1830, non esitò a dire che, se le tradizioni nativo-americane dovevano essere credute, i mastodonti potevano essere ancora vivi, probabilmente attorno all'alta zona della St. Lawrence Valley, in Canada. Inoltre confermò le ipotesi del Presidente Jefferson circa la sopravvivenza del megalonyx, che era stato nel frattempo correttamente identificato in un bradipo terrestre di grandi dimensioni.

Comunque fu specialmente in Inghilterra che gli uomini di scienza cominciarono a proporre una molteplicità di simili ipotesi. Nel 1844 ad esempio, il geologo scozzese Hugh Falconer (1808-1865), dopo avere scoperto in India i resti fossili di una vera tartaruga marina gigante (che nominò Collossochelys atlas), sfiorò l'ipotesi se ci fosse stata la possibilità che questo rettile del Mesozoico fosse sopravissuto sino ad epoca storica, divenendo così alla base delle leggende Hindu sulla tartaruga gigante che fa da supporto agli elefanti che a loro volta sorreggono la Terra.

Qualche anno dopo, nel 1848, un altro naturalista britannico di origine fiamminga, il Colonnello Charles Hamilton Smith (1776-1859), ipotizzò anch'egli dalle leggende indiane che i nativi americani avessero potuto vedere mastodonti e bradibi terrestri viventi, cosa che in seguito fu confermata da ritrovamenti archeologici e paleontologici. Va inoltre ricordato che in passato supportò la teoria secondo la quale l'unicorno era un animale reale, che ancora si aggirava nelle profondità dell'Africa nera. Teoria che condusse infine alla scoperta della varietà nordica del rinoceronte bianco (Ceratotherium simum cottoni) nel 1900.

Dopo C.H. Smith un terzo naturalista britannico, l'inglese Charles Carter Blake, autore di un manuale di zoologia per studenti che non dovrebbe essere dimenticato, rimase molto impressionato dalle tradizioni degli indios del Brasile sulla presenza di una grande scimmia antropoide nella loro regione: il Caypore. Egli scrisse nel 1863: "Nessuna scimmia simile esiste al giorno d'oggi, ma nel post-pliocene in Brasile, viveva una scimmia oggi estinta (Protopithecus antiquus) alta 120 cm, che forse ha vissuto sino all'epoca umana e diventata alla base di queste tradizioni".

In tutti questi casi gli scienziati non parlarono dell'attuale sopravvivenza di animali sconosciuti, ma della sopravvivenza di animali già conosciuti allo stato fossile, in un'epoca in cui erano creduti da tempo estinti, e forse tutt'ora in vita. Va detto come questi animali erano in un certo senso "nascosti" agli occhi della scienza, e la loro ricerca rivelò un cambio di mentalità davvero criptozoologico. Le idee di Falconer, Smith e Blake furono riprese con entusiasmo da Edward Bunett Tylor (1832-1917), il "padre dell'etologia" (chiamata "sociologia antropologica" nei paesi anglosassoni).

Nel suo monumentale "Research into the early history of mankind" (1865), enfatizzò che le tradizioni popolari avevano preservato sino ai tempi odierni la memoria di certi animali "preistorici" creduti scomparsi prima dell'arrivo dell'Homo sapiens (oggi si può parlare con più precisione degli animali del basso Pleistocene). Questo particolare aspetto della ricerca criptozooologica fu mirabilmente definito nel 1886 dal geologo inglese Charles Gould, l'unico figlio del grande ornitologo e disegnatore di uccelli John Gould (1804-1881). Questo è quanto scrisse nel suo soprendente libro "Mythical Monsters":

"Non ho la più piccola esitazione nell'ipotizzare seriamente che molti dei così detti "animali mitici", che attraverso lunghe ere ed in tutte le nazioni sono stati fertili soggetti di favole e leggende, facciano legittimamente parte dello scopo e della materia di studio della storia naturale, e che devono essere considerati non come la conseguenza di desideri esuberanti, ma come creature un tempo davvero esistite, e di cui, sfortunatamente, sono filtrate a noi solo informazioni e descrizioni imperfette, probabilmente molto rinfrante attraverso le nebbie del tempo".

Lasciateci dire a questo riguardo che il naturalista irlandese Valentine Ball (1843-1895) aveva pubblicato nel 1884 due articoli nei quali tentò seriamente di identificare certe creature leggendarie dell'Antica Grecia come i pigmei, la manticora ed il grifone.

Una nuova ondata si stava abbattendo sulla zoologia Britannica.

Primi passi nello studio degli animali nascosti in Germania e Francia.

Nello scorso secolo c'era anche grande interesse nei circoli scientifici tedeschi sulla possibile sopravvivenza di specie animali di media o grande taglia. Nel 1841, Heinrich Rathke (1793-1860), uno dei pionieri della scienza dello sviluppo animale, dichiarò che non c'erano dubbi sull'esistenza del "serpente di mare" norvegese. Nel 1858, sulla rivista "Die Natur", che lui stesso pubblicò a Jena, Karl Muller (1818-1899) dedicò una lunga serie di articoli al tentativo di identificare vari "animali mitici" e nel 1877 il grande araldo dell'evoluzionismo Fritz Muller (1821-1897), discusse a lungo non solo sul "tradizionale" "serpente di mare", ma anche su di un supposto "serpente d'acqua dolce", se così si può dire, che si credeva frequentasse i bacini delle Amazzoni e dell'Orinoco: il Minhocao. Secondo la sua opinione questo mostro acquatico poteva essere "un pesce gigante imparentato con il Lapidosiren e il Ceratodus", gli enigmatici "pesci polmonati".

Di fatto questa ipotesi era già stata già stata avanzata circa 50 anni prima, nel 1830, dall'esploratore e botanico Augustin Francois Cesar Prouvencal de Saint-Hilaire, meglio conosciuto con il nome di Auguste de Saint-Hilaire (1779-1853), che così dimostrò di essere uno dei primi collaboratori della criptozoologia. Anche in Francia fu mostrato un po' di interesse per le bestie favolose, cosa alquanto inaspettata nel Paese che dichiarava sé stesso la culla del razionalismo, e dove si pensava che esprimere incredulità fosse una manifestazione della Ragione.

Il Barone Henri Marie Ducrotay de Blainville (1778-1850), Professore di zoologia ed anatomia comparata al Museo di Storia Naturale di Parigi, nel 1818 fu tra i primi sostenitori dell'esistenza del serpente di mare. Nel 1826 un distinto storico e giurista, Eusebe Bacomiere de Salvete (1771-1839), che il celebrato fisico Francois Arago (1786-1853) considerava "uno dei più eruditi tra gli uomini" del suo tempo, pubblicò un lungo e molto ben documentato studio intitolato "Des Dragons et des serpents monstrueux qui figurent dans un grand nombre de recits fabuleux ou historiques". E, sotto lo pseudonimo di A.Frédel, l'eminente malacologo Alfred Horace Bénédict Moquin-Tardon (1804-1863) dedicò una parte del suo libro postumo "Le monde de la mer" (1865) alla storia, a quel tempo ancora controversa, della scoperta di cefalopodi giganti.

La prima ondata di criptozoologia divulgativa.

Sarebbe sinceramente ingiusto non menzionare tutti quanti i divulgatori scientifici del XIX secolo che contribuirono tanto fortemente a rendere il pubblico cosciente del problema posto dai presunti "mostri" di ogni tipo.

Già nel 1888, in Gran Bretagna, un autore anonimo che si firmava "W", scrisse due articoli abbastanza esaustivi sul Kraken e sul Serpente di mare, che furono pubblicati nel "Blackwood's Magazine" di Edimburgo. Furono anche commentati nel successivo numero della rivista da parte di un certo "W.B.", che era di sicuro il caporedattore in persona, William Blackwood (1776-1834).

L'essenza del materiale fu preparata per apparire sul "Retrospective Review" di Londra, ma non vi fu mai pubblicata. Comunque la sua traduzione francese fu pubblicata sulla "Revue Britannique" di Parigi nel 1835. Lo stesso anno fu tradotto in tedesco da H.M. Malthen nel suo "Bibliothek der neusten welttkunde", mentre il rimaneggiamento della versione pubblicata sulla "Revue Britannique" fu nel frattempo eseguito da Jules Francois Leconte (1814-1864) per le pagine del "Musée des Familles" di Parigi, dove apparve spezzettato nel 1836 e 1837.

Nel 1849 il poeta americano Eugene Batchelder (1822-1878) si entusiasmò al punto di comporre, sotto lo pseudonimo di "Wave", il "Romanzo del serpente di mare o ittiosauro" supportato da antichi e moderni scritti sull'argomento, così come lettere provenienti da uomini di scienza e da capitani di navi mercantili. In seguito nel 1863, un giovane membro della Geographical and Antropological Societies of Great Britain, William Winwood Rede (1838-1875) pubblicò con il titolo di "Savage Africa" il racconto di un recente viaggio attraverso il continente nero. Il suo lavoro contiene non soltanto informazioni di prima mano sul gorilla, che nel frattempo era già stato descritto, e su unicorni, uomini con la coda, etc. ma anche alcuni pensieri brillanti che possono essere considerati come i principi fondamentali della criptozoologia. Per esempio:

"Può essere considerato come un valido principio, che l'uomo non può "originare" nulla, che le bugie sono sempre verità abbellite, distorte o capovolte. Esistono altri fatti oltre a quelli che galleggiano in superficie ed il dovere dei viaggiatori e degli storici è di filtrare e pulire i grani d'oro della verità dalla sporcizia delle favole".

Egli scrive anche:

"L'incredulità è adesso divenuta così volgarmente folle, che si sarebbe quasi tentati, al di fuori del semplice astio nei confronti di una moda, di correre all'estremo opposto. Ad ogni modo mi accontenterò di citare prove riguardanti alcuni sconosciuti, favolosi e mostruosi animali dell'Africa, senza dare una personale opinione in una direzione o in un'altra, preservando soltanto la mia convinzione che esiste sempre un fondo di realtà anche nelle favole più fantastiche e che, rigettando senza indagare quello che appare incredibile, qualcuno getta al vento un minerale grezzo dove altri possono invece trovare un gioiello. Un viaggiatore può non credere a niente, per la sua volontà di scoprire tanto spesso delusa; e può credere a tutto, per avere visto tante cose incredibili; può dubitare, può investigare, e poi può forse scoprire".

Nel 1879 l'astronomo inglese Richard Anthony Procton (1837-1888) seguì queste direttive alla lettera nello scrivere i capitoli sui serpenti di mare e le sirene per il suo "Pleased Ways of Science". Inoltre, il celebre e popolare naturalista dell'epoca Vittoriana Philip Hunry Gosse, (1880-1888) era tornato ancora sulla questione degli animali che restavano da scoprire, nel "The Romance of Natural History" (1860) egli trattò non soltanto del caso del kraken e del serpente di mare, da lui definito "il grande sconosciuto", ma anche di quelle creature terrestri non ancora descritte, come l'unicorno africano e le scimmie antropoidi del Sud America, che continuano ad intrigarci sino ad oggi.

Numerose storie circolavano nel mondo su tali "scimmie-uomo", così come "uomini-scimmia", diventati tanto popolari per via della rivoluzione darwiniana. Sicuramente esistevano racconti dell'antichità sui gorilla dell'ammiraglio cartaginese Annone, sul Soko scoperto da Linvigstone nell'est del Congo, su di una spaventosa creatura villosa in Cina, dalla risata ammaliante di una giovane ragazza, il Fesse (in realtà Fei-Fei) e sul Susemete dell'Onduras (più correttamente Sisemite, dalla dicitura nel linguaggio Nahutal "tsitsimitl").

Tutti questi racconti portarono lo scrittore Philip Stewart Robinson (1847-1902), nel suo "Noah's Ark" (1882) a riportare quanto detto dal Prof. Thomas Huxley, che era soprannominato "il mastino di Darwin":

"se soltanto potessimo viaggiare domani in una terra sconosciuta, non sono del tutto sicuro che non sarebbe possibile uscire da qualche foresta primordiale mano nella mano con l'anello mancante".

Il fascino delle bestie favolose.

Nel frattempo in Francia l'autore folklorista A.Leroux de Lincy (1806-1869) si era sentito di dedicare uno dei capitoli introduttivi del suo libro "Livres des Légendes" (1836) ai racconti del folklore riguardanti gli animali e ispirato a questo riguardo dall'articolo della "Revue Britannique" di giugno 1835, che lui aveva già letto, esaminò con interesse "gli animali apocrifi, tutti questi strani mostri, entità soprannaturali, la cui esistenza era considerata oltre ogni dubbio autentica all'inizio del XVI secolo della nostra era". Non si sentì certo costretto a dire che draghi, serpenti volanti, grifoni e leviatano erano bene e davvero esistiti in altre epoche, com'era stato poi provato dalle ossa rinvenute nella terra e che scienziati come Cuvier utilizzarono per ricostruire l'anatomia di simili mostri.

Trenta anni dopo, il popolare scrittore scientifico Armand Landin (nato nel 1844) dedicò un intero libro ai vari "Monstres Marins" (1867) nella molto diffusa "Bibliothique des merveilles" diretta da Edouard Charton (1807-1869), creatore fondatore del "Tour de Monde", il celebrato "Nouveau Journal des Voyages".

In Germania un altro autore popolare, Emil Arnold Budde (1842-1921) si cimentò a lungo con il problema del serpente di mare e la sua controparte d'acqua dolce, il Minhocao, nel suo "Naturwissenschaftilche Plauderein" (1891).

In Inghilterra la realtà degli animali favolosi sperimentò un'ondata di popolarità senza precedenti. Il futuro editore di "Land And Water", Francis Trevelyan Buckland, chiamato Frank (1826-1880), non perse mai occasione nei quattro successivi volumi del suo "Curiosites of Natural History" (1857-1865) di parlare del kraken, del Bunyp australiano, dei serpenti villosi e di Moa sopravvissuti. Un distinto autore di vari argomenti, Frederic Edward Hulme (1841-1909), dedicò un'intera opera "Natural Histroy Lore and Legen" (1895), alle favolose bestie dell'antichità e del Medioevo ed ai loro "vari gradi di attendibilità". Infine lo scrittore John Timbs (1801-1875), nel suo "Eccentricities of the animal creation" (1896), allo stesso modo trattò il problema riguardo la realtà di due particolari "mostri": la sirena e l'unicorno.

E' appropriato enfatizzare che, nell'ultimo secolo, la maggior parte di questi naturalisti e scrittori divulgativi si limitavano a riportare quanto sentito su tutti questi animali misteriosi e si limitavano a conclusioni sulla probabile o meno possibilità della loro esistenza. Essi non si esposero con un'opinione personale sulla loro identità. Se i loro lavori devono avere un nome scientifico, si potrebbe parlare di criptozoografia (descrizione degli animali misteriosi), piuttosto che di criptozoologia.

Verso una valutazione più scientifica dei presunti mostri.

Soltanto una manciata di scienziati si prese il rischio, nell'ultimo secolo, di studiare come questo o quell'animale nascosto poteva essere classificato per determinare in quale categoria zoologica andasse inserito. Alcuni di loro ad esempio, accettarono ciecamente il fatto che il serpente di mare potesse semplicemente essere considerato un autentico Ofide di colossali dimensioni. Nondimeno quando i primi scheletri fossili dei grandi rettili del Secondario furono scoperti e la loro morfologia ricostruita, la maggioranza dei più avventurosi zoologi collegarono il serpente di mare a rappresentanti acquatici di questa classe, tra tutti il mosasauro, che aveva l'aspetto di un enorme serpente con due paia di pinne ed il plesiosauro, che somigliava vagamente ad una grande tartaruga di mare dal lungo collo. Quest'ultima ipotesi, che in seguito divenne un vero e proprio classico, fu supportata nel 1833 dal geologo inglese Robert Bathewall (1768-1843) nel suo "Introduzione alla Geologia".

Ad ogni modo siamo obbligati a rammentare, quando si parla di serpenti di mare, che non si tratta affatto di serpenti non più di quanto gli elefanti marini siano elefanti od i ratti di mare siano ratti.

Nel mese di Gennaio 1835 Thomas Thompson (1788-1874), uno dei vicepresidenti della Hull Literary and Philosophical Society, presentò alla stessa un articolo dal titolo "An attempt to ascertain tha animals designated in the scriptuters by the names of Leviathan and Behemoth". Alla fine di uno studio estremamente ben documentato, Thompson non esitò a concludere che il primo animale poteva essere identificato con il Megalosauro carnivoro di William Buckland e Cuvier, ed il secondo con l'erbivoro iguanodonte dello stesso Cuvier e Gideon Mantell. In breve, riconobbe in questi animali dei dinosauri, piuttosto distanti l'uno dall'altro.

Di fatto questo primo tentativo di indentificare bestie favolose aveva più la natura di un tirare ad indovinare piuttosto che di una diagnosi zoologica, essendo basato soltanto (e frettolosamente) sui piuttosto vaghi profili delle creature in questione.

Un naturalista inglese, il Reverendo John George Wood (1827-1899), si distinse dagli altri quando, in occasione di una visita negli Stati Uniti, realizzò un articolo sul serpente di mare pubblicato sull'"Atlantic Monthly" di Boston, nel giugno del 1884. Si tratta senza dubbio del più "penetrante" mai scritto a quel tempo sull'argomento. Alla luce di un ragguardevole studio d'anatomia comparata, Wood concluse che, sulla base dei movimenti e del comportamento, così come della morfologia, il serpente di mare tanto spesso osservato lungo la costa del New England, "non appartiene ai sauri, ma ai cetacei, se non persino agli zeuglodonti, con molte affinità con queste creature".

Va detto che all'inizio del XIX secolo, quindi ben prima del Reverendo Wood, due naturalisti anticonformisti avevano già tentato di trattare con maggiore serietà il problema del più famoso mostro marino, affrontandolo con rigore e metodo scientifico: Pierre Denys de Montfort (1764-1820) e Costantine Samuel Refinesque (1783-1840). Erano entrambi nati in Francia, ma il secondo divenne cittadino americano.

Denys de Montfort lavorava al Museo di Storia Naturale di Parigi, dove aveva il compito di scrivere i volumi relativi ai molluschi per completare le opere di Buffon pubblicate da Charles Nicholas Sigisbert Somini de Mononcourt (1751-1821). Nel secondo dei tre volumi in programma, che fu pubblicato nell'anno X del calendario rivoluzionario (1801-02), Denys descrisse a lungo due cefalopodi di proporzioni realmente giganti. Chiamò il primo "l'Octopus kraken", riferendosi a Bishop Pontopiddan (sappiamo ora che non si tratta di un vero octopus ma di un enorme calamaro conosciuto con il nome di Architeuthis) ed il secondo "Octopus colossale" che fu descritto nel 1897 sotto il nome di Octopus giganteus da Addison Emery Verrill (1839-1926), sebbene successivamente da lui considerato come "una parte di balena". Come apprenderemo in seguito l'Octopus gigante fu riabilitato soltanto nel 1971 (1).

Il secondo naturalista che ebbe invece la temerarietà di descrivere un "mostro" marino in accordo con le regole della nomenclatura zoologica fu Refinesque, che gli storici della scienza hanno definito "il più ragguardevole personaggio degli annali della scienza americana", secondo le parole di David Starr Jordan (1851-1931). Donald Culross Peattie (1898-1904) scrisse di lui "tra i naturalisti che abbiano mai lavorato nel continente americano è il solo che può essere definito un Titano".

Ad ogni modo fu davvero il primo, nel 1817 ed ancora nel 1819 a pubblicare una "Dissertation on water snakes, sea snakes and sea serpent" con estremo rigore scientifico. Dopo avere esaminato tutte le prove disponibili al riguardo in quel tempo, egli concluse che, per via delle loro caratteristiche anatomiche, esistevano quattro tipi diversi di serpenti di mare, due dei quali non erano nient'altro che enormi veri serpenti di taglia colossale, mentre gli altri due dei pesci, uno dei quali apparentemente imparentato con le anguille Sinbranchidi. Da questa a volte superficiale diagnosi, un elemento essenziale che può essere valorizzato su tutti è il fatto che Rafinesque diede al serpente di mare del New England il nome linneano scientifico di Megophias monstruosus.

Denys de Montfort e Rafinesque furono talmente criticati, ridicolizzati, insultati ed emarginati dai loro colleghi per via delle loro pubblicazioni, che entrambi finirono per morire nella più grande miseria, il primo di alcool nei bassifondi di Parigi, il secondo devastato dal cancro in una bicocca di Philadelphia. Entrambi erano 56enni.

Questi due geni dal destino infausto meritano di essere considerati come due veri precursori della scienza degli animali nascosti.