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Storia della Criptozoologia IV.

La "nuova onda" della criptozoologia.

Sin dall'alba del XX secolo, specialmente per il sensazionalismo causato dalla scoperta dell'Okapi, la ricerca del quale si era basata soltanto su voci, ma che fu portata avanti intensivamente, con tenacia e diligenza, un grande numero di commentatori di storia naturale ed anche qualche zoologo professionista iniziarono a dedicare articoli o parti di libri agli animali misteriosi che sembravano ancora in attesa di essere scoperti.

Possono qui essere menzionati alcuni divulgatori scientifici come Henri Eugène Victor Coupin (nato il 1868), per il suo libro "Les animaux excentriques" (1900); il giornalista reporter Victor Forbin (nato nel 1864), per un articolo su "Sciences et voyages" sulla possibile sopravvivenza di certi organismi fossili (1920), riassunto nel 1922 per "Je sais tout", dal fondatore della speleologia francese Norbert Casteret (1897); sua moglie Elisabeth, per la serie di articoli sugli animali "immemorabili" anch'essi pubblicati su "Sciences et voyages" nel 1926; ed infine Louis Marcellin, uno degli eruditi pilastri del "Chasseur Francais" di Saint-Etienne, per un articolo sugli animali ancora sconosciuti che apparve su "Sciences et Voyages" nel 1949 e che affrontava il problema con grande completezza.

 

In Gran Bretagna l'argomento fu affrontato da un'ampio ventaglio di gentiluomini provenienti dalle più svariate discipline: il grande cacciatore ed esperto in armi da fuoco Walter Winans (1852-1920); l'entusiasta promotore dell'atletica, il Capitano Frederik Ammesly Michael Webster (nato nel 1886); il Capitano Wiliam Lionel Hichens (1874-1940) che faceva parte del Information and Administration Services dell'Africa dell'est  e che di conseguenza era inizialmente celato con lo pseudonimo di "Fulehm", per i suoi articoli sugli animali misteriosi nel 1927 e 1937; ed infine, che trio di prolifici autori, Harold Tom Wilkins (1891-1960), Alfred Gordon Bennet (1901-1962) ed Eric Frank Russel (1905-1978), tutti discepoli del grande "anomalista" americano Charles Hoy Fort (1874-1932).

In questo lotto non vanno dimenticati pochi veri naturalisti interessati all'argomento: il franco-canadese Henry Tilmans, che era di origini belghe e per questo anche conosciuto come Henry Tielmans, per i suoi articoli su "Raretés Zoologiques", pubblicati dal 1905 sul "Naturalist Canadien"; il catalano Rossend Serra i Pagès (nato nel 1863) per il suo studio del 1923 intitolato "Zoologia fantastica"; l'ornitologo francese Louis Lavauden per la sua ricerca, pubblicata nel 1931, sull'identità degli animali leggendari del Madagascar; il molto popolare scrittore in materia di scienze naturali in Francia, René Thévenin (1877-1967), per tutti i suoi articoli largamente pubblicati nel 1930; ed infine il minerologo australiano Charles Anderson (1876-1944), direttore dell'Australian Museum, per il suo articolo del 1934 dedicato a ciò che considerava "The sea serpent and its kind".

Va anche notato che nel 1917 Laurence Marcellus Larson, l'attento ed accorto editore dell'edizione inglese del "Konnungs-Skuggsa", dedicato alle letteratura medioevale di Norvegia, sottolineò ampiamente che le meraviglie esotiche non erano necessariamente invenzioni false ed impossibili. E fu nel 1931 che il famoso collezionista di animali selvatici tedesco Joseph Delmont (1875-1935), dopo avere viaggiato il mondo intero per circa vent'anni, scrisse la seguente memorabile frase, pesantemente influenzata dalla sua esperienza personale:

"Senza dubbio esistono nelle regioni del mondo che sono ancora inaccessibili, così come nelle grandi profondità del mare, creature che resteranno ancora ignote alla scienza".

In mezzo all'ondata di autori della prima metà del XX secolo che erano ispirati dal problema degli animali nascosti, è sicuramente appropriato separare quegli scrittori scientifici che in certi capitoli dei loro libri si impegnarono a produrre una sintesi dell'intera questione, o almeno dei maggiori aspetti.

In Gran Bretagna questi erano Frank Walter Lane (nato nel 1902), per i numerosi articoli pubblicati in ogni dove, che alla fine sintetizzò in un capitolo divenuto un classico della criptozooologia del suo libro "Nature Parade", spesso riveduto ed aggiornato dal 1939 al 1946; il più grande divulgatore zoologico inglese, il Dott. Maurice Burton (1898-1992) per numerosi articoli sull' "Illustrated London News" e la sua opera capitale sulle leggende ed i fossili viventi, pubblicata nel 1954, 1955 e 1959 mentre era un collaboratore del Department of Natural Sciences del British Museum; ed infine lo scrittore Richard Carringotn (nato nel 1921) per il suo superbamente ben documentato libro "Mermaids and mastodons" (1957).


(Frank Walter Lane)

Merita di essere menzionato anche un libro per ragazzi di Richard Ogle, molto ben illustrato dallo stesso autore, "Animals strange and rare" (1951), sebbene le storie in esso riportate siano di seconda mano.

In Germania va prima di tutto menzionato il Dott. Richard Heming (1875-1934) esperto geografo e specialista della storia dell'esplorazione, per le ampie vedute ed apertura di spirito sul suo ben considerato lavoro "Who lag das paradies?" (1950) ed in particolare per la trattazione che fece sui "mostri" marini e lacustri.

Ma, oltre il Reno, era su tutte la figura del Dott. Ingo Krumbiegel che, dal 1943 in poi, avrebbe dominato la scena criptozoologica con i suoi scritti. Avremo in seguito l'occasione di tornare sull'argomento, specialmente per via della fondamentale importanza del suo ruolo.

Negli Stati Uniti l'"avant-garde" della criptozoologia non era meno prestigiosa durante la prima metà del secolo. Era composta da tre eccezionali personalità: l'infaticabile naturalista viaggiatore Alpheus Hyatt Verrill (1871-1954) (figlio del Professore Addison E. Verrill a cui dobbiamo l'essenza delle nostre conoscenze sul calamaro gigante), per l'apertura mentale che caratterizzò tutti i suoi lavori di zoologia ed antropologia divulgativa e per l'opera "Stange Prehistoric Animals" (1948); il naturalista scozzese e scrittore Ivan Terence Sanderson (1911-1973), stabilitosi in America durante la II Guerra Mondiale, autore dotato di senso dell'umorismo, ed a volte ispirato da lampi di genio, ma -Purtroppo!- anche un mitomane e bugiardo congenito, per una sovrabbondanza di brillanti articoli pubblicati tra il 1947 ed il 1959; e, sopra a tutti gli altri, il divulgatore scientifico di origine tedesca Willy Ley (1906-1969), conosciuto dal pubblico specilamente per i suoi libri di astronautica, ma che aveva studiato paleontologia e storia della zoologia all'Università di Berlino e Koenigsberg, cosa che di fatto spiega il carrattere essenziale delle opere in cui trattò largamente di criptozoologia: "The lungfish, the Dodo and the Unicorn" (1948), "Dragons in Amber" (1951) e "Salamanders and other wonders" (1955), così come "Exotic Zoology" (1959), che è un'antologia dei precedenti lavori.


(Willy Ley)

Lasciateci sottolineare che, a parte una sorta di guida turistica dedicata alla parte orientale della British Columbia (Canada), "Milestones on the mighty fraser" (1950), Chester Peter Lyons (nato nel 1915), fu l'autore canadese Richard Stanton Lambert (1894-1981) il primo a menzionare il gigante villoso del Nord America, oggi chiamato Bigfoot, in un libro dove riportò il nome vernacolare di Sasquatch (4); questo libro era "Exploring the supernatural: the weird in canadian folklore" (1954).

Prima dall'ora questo enorme primate era menzionato solamente sulla stampa popolare o su riviste più o meno evasive, nei racconti dei viaggiatori o nei trattati etnografici aventi a che fare con i miti dei nativi.

Alcuni lavori di brillanti appassionati dello stesso periodo che riportano ricerche sul campo, meritano egualmente di essere menzionati in qualità di contributi di prima mano alla criptozoologia: i due libri, di un rigore irreprensibile, di una delle menti più illuminate d'Inghilterra, il Comandante Rupert Thomas Gould (1890-1948), sul serpente di mare, "The case for the sea-serpent" (1930) e sui mostri lacustri "The Loch Ness Monsters and Others" (1934); le memorie di Kenneth Cecil Gandar Dower (1908-1944) sulla sua ricerca del leone maculato del Kenya, "The spotted lion" (1937); il rapporto del cacciatore e disegnatore di animali Moritz Pathé sulla sua ricerca in Liberia di un'antilope maculata ancora sconosciuta, "Die such nach dem fabeltier" (1940); l'esteso rapporto preparato da Ralph Izzard sulla sua caccia al Buru in Assam, "The Hunt for the Buru" (1951); e quella dello yeti in Nepal, "The abominable snowman adventure" (1955); ed infine il breve escursus sui mostri acquatici del curatore di museo danese C.M. Polsen, "Solangens Gade" (1959), supervisionato e introdotto dall'oceonografo di prima classe Dott. Anton Frederick Brun (1901-1961).

Da qualche tentativo sparso ad una prima sintesi.

Abbastanza stranamente, nessuno di questi autori, nemmeno i più portati in Storia Naturale, avevano tentato di classificare zoologicamente e con un qualche grado di precisione i misteriosi animali di cui avevano parlato. Una volta ancora si deve parlare di criptozoografia piuttosto che di criptozoologia. Così una menzione speciale si rende doverosa per alcuni tentativi di identificazione fatti durante la prima metà del secolo da alcuni baldi naturalisti e zoologi.

Carl Hagenbeck (1884-1913) non era esattamente un uomo di scienza, ma in qualità di "re degli zoo", il grande cercatore di animali tedesco era eccezionalmente ben documentato sulla megafauna del Pianeta. Una vasta rete di esploratori, collezionisti di animali e naturalisti sul campo lo tenevano ben informato anche sui più vaghi rumori che circolavano inerentemente a forme apparentemente nuove di animali. Era un commerciante, non un sognatore. Così può essere considerato come una vera e propria autorità. E' questo il motivo per cui impressionò tutti gli uomini di scienza così come il grande pubblico quando rivelò nelle sue memorie "Von tieren und menschen" (1909), di avere ricevuto rapporti da numerose fonti indipendenti circa l'esistenza, nelle immense paludi dell'Africa tropicale, di un animale sconosciuto, "metà elefante e metà drago", in modo particolare quando aggiunse: "In base a quello che ho appreso su di esso può trattarsi soltanto di una qualche specie di brontosauro".


(Carl Hagenbeck)

Nel 1913 l'ornitologo britannico Frank Finn (1868-1938) fu così scosso dalle recenti scoperte della talpa marsupiale Notoryctes, l'Okapi ed il cinghiale gigante di foresta Hylochoerus (5) da non meravigliarsi del fatto che un elefante acquatico pigmeo la cui esistenza era segnalata in Centro Africa, non potesse essere in realtà un tapiro locale.

Nel 1926 i più eminenti mammologi australiani, Albert Sherborne le Sovef (1877-1951) ed Harry James Burrell (1873-1945) inclusero nel loro manuale "The wild animals of Australasia" un "felino" marsupiale piuttosto grande nel nord del Queensland, soltanto sulla base di testimonianze e avvistamenti. Questa iniziativa fu in seguito confermata da Ellis le Geyt Troughton (1893-1974), curatore dei mammiferi dell'Australian Museum, in varie successive edizioni del classico "Furred animals of Australia" (1941, 1954, etc.).

Nel 1929 il prestigioso naturalista e scrittore tedesco Wilhelm Bolsche (1861-1939) pubblicò un piccolo opuscolo intitolato "Drachen, sage und naturwissenschaft", nel quale si impegnava di dimostrare che i draghi erano ispirati dalla sopravvivenza ai giorni nostri dei grandi rettili dell'Era Mesozoica, come i dinosauri. Il più interessante punto a suo favore era il rapporto scientifico di una spedizione nel Likouala-Congo guidata dal Capitano Freiherr Von Stein Zu Lausnitz. In questo documento l'ufficiale tedesco parlò con abbondanza di dettagli del Mokele-Mbembe, un animale anfibio grande come un elefante, ma avente collo e coda lunghi, che era descritto dai locali del basso Ubangi e dell'alto Sanga.

Nel 1933 il preside di una scuola di Bolzano in Nord Italia, il Dott. Jakob Nicolussi, suggerì in "Der Schlern", una rivista locale pubblicata in Germania, che il favoloso e terrificante tatzelwurm, un tozzo rettile o anfibio lungo circa un metro, spesso osservato in Svizzera, Bavaria ed Alpi Austriache, poteva essere una specie europea dell'unico Genere di lucertole velenose, conosciute come Heloderma, viventi solo in America e localizzate in Texas, Arizona, e nello stato messicano di Sonora, dove sono chiamate "mostro di Gila" (H. suspectum) ed in Messico, dove queste lucertole dalla pelle granulosa sono conosciute come "scorpione" (H. horridum).

Nel 1934 l'entomologo Britannico Malcolm Bun (1878-1954) concluse dopo un'estesa analisi della letteratura dedicata al serpente di mare che queste creature andavano identificate tra gli anfibi, come i tritoni e le salamandre.

Nel 1935, Louis Seymour Bazet Leakey (1903-1972), che un giorno sarebbe diventato famoso per la scoperta in Kenya del Zinjanthropus fossile, chiamato "l'uomo schiaccianoci", cercò di spiegare le storie che circolavano in Africa dell'est su di un orso di ineguagliabile ferocia, conosciuto nelle colonie Britanniche come Orso Nandi, con la sopravvivenza sino ai nostri giorni del Chalicotherium. Si era scoperto infatti, che questo strano ungulato dai potenti artigli e grande quanto un orso, era contemporaneo dell'Okapi durante il Miocene Pleistocene, e che, come quest'ultimo, poteva benissimo essere sopravvissuto nel medesimo habitat di foresta.


(Louis Seymour Bazett Leakey)

Nel 1944 Mervyn David Waldegrave Jefferys (1890-1957), Professore all'Università di Witwatersand e Johannesburg, rivisitò criticamente tutte le storie e tradizioni sui misteriosi "draghi volanti" e riassunse la sua opinione dicendo "il sospetto persiste che forse in qualche celato angolo africano possa sopravvivere qualche timido pterodattilo".

Nel 1945, il Dott. William Charles Osman Hill (1901-1978), che stava diventando uno dei leader contemporanei della primatologia, scrisse in uno studio ammirabilmente ben documentato sui pigmei di Ceylon (oggi Sri Lanka) dei lunghi capelli, i Nittaewo, sterminati alla fine del XVIII secolo, ma forse attualmente esistneti a Sumatra, con il nome di Orang Pendek, (piccolo uomo) o Sedapa. Secondo Hosman Hill, tutti questi pigmei villosi potevano essere riconducibili ai fossili dell'uomo scimmia di Java chiamato inizialmente Pithecanthropus e classificato oggi con il nome di Homo erectus. (6)

Nel 1947 il Dott. Ingo Krumbiegel (1903-1990), il fisico, zoologo e scrittore tedesco, dedicò un penetrante studio ad un mostruoso anfibio dell'Angola, chiamato localmente Coye Ya Menia (leone d'acqua). Dalle impronte lasciate sul terreno e dalle terribili ferite inflitte agli ippopotami, Krumbiegel concluse che l'animale poteva essere un grande felino dai denti a sciabola o un enorme varano, come il drago di Komodo, se non qualche sauro sopravvissuto dal Giurassico.

Nel 1950 il Dott. Krumbiegel ricordò in un altro articolo che i primi naturalisti che studiavano la fauna della Nuova Zelanda avevano riportato gli avvistamenti e la scoperta di tracce che le tradizioni native riconducevano ad un animale simile alla lontra, che viveva nei fiumi e laghi di South Island. I maori lo chiamavano Waitoreke. La sua presenza, ancora non provata, in un'isola remota priva di mammiferi indigeni eccetto i pipistrelli (e cani e ratti introdotti dall'uomo), indussero Wilhelm Bolsche, precedentemente menzionato, a suppore nella sua opera principale "Entwicklungsgeschichte des natur" (1896), che il waitoreke poteva essere imparentanto ai monotremi o ad un gruppo ancora più arcaico di proto-mammiferi.

Ful soltanto nel 1950 che finalmente qualcuno tentò di tracciare una panoramica, anche se soltanto schematica, del vasto campo degli animali sconosciuti. Questi non fu altri che lo stesso Krumbiegel, in un piccolo libro intitolato "Von neven und unentdeckten tierarten" (Su nuove e sconosciute specie animali). Nella sua opera per prima cosa trattò delle maggiori scoperte zoologiche avvenute durante gli ultimi 100 anni, e poi enumerò tutti gli animali non identificati le cui voci di una possibile esistenza erano giunte sino a lui. Ne elencò circa una dozzina: il ghepardo reale della Rhodesia del sud (oggi Zimbawe), il tapiro di Sumatra completamente nero, l'amerantropoide del Venezuela, il "leone d'acqua" dell'Angola, il "serpente di mare" dell'Atlantico e del Pacifico, il Chrotherium fossile di Thuringia, conosciuto soltanto attraverso le impronte, il waitoreke della Nuova Zelanda, il piccolo e maculato galagone dell'Africa dell'ovest, un nuovo goral, una sorta di antilope del nord dell'India, il Bipunctate argus, un fagiano conosciuto soltanto dalle piume e la tigre marsupiale del Queensland.

E' senza dubbio una piccola carrellata se paragonata ai 150 animali che ho elencato nella mia checklist del 1986, ma era un inizio, e dalle premesse molto ricche.

Così nella metà del nostro secolo esistevano già nella letteratura scientifica non solo l'esemplare studio del Dott. Oudemans sul "grande sconosciuto" del mare, ma anche, per quanto riguarda una dozzina di animali terrestri sconosciuti, due lavori equivalentemente esemplari come quelli del Dott. Osman Hill da un lato, e la breve panoramica di alcuni importanti problemi criptozoologici del Dott. Krumbiegel dall'altro.

La criptozoologia è infine battezzata.

Fu a questo punto che il sottoscritto, il Dott. Bernard Heuvelmans (nato in Francia nel 1916 da padre belga e madre olandese) entrai in scena in qualità di ricercatore puntando a cercare di realizzare un'esaustiva sintesi di tutti i precedenti lavori e come "rifinitore" della metodologia, sino ad allora soltanto grezza, della nuova disciplina zoologica.

Il mio spirito critpozoologico fu senza dubbio alimentato durante la mia turbolenta infanzia da tre importanti romanzi: "Ventimila leghe sotto i mari" di Jules Verne (1828-1905), per via delle storie di incontri di calamari giganteschi ed altri mostri marini; "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle (1859-1938), perché presupponeva la sopravvivenza di animali preistorici sulla cima di un isolato altopiano del sud America e "Les dieux rouges" di Jean d'Esme (pseudonimo del Visconte Jean d'Esmenard, nato nel 1893), perché basato sull'esistenza in Indocina di una sconosciuta tribù di uomini scimmia, una storia pubblicata nel 1928 e che anticipava il più noto romanzo "Les animaux denatures" (1952), ma senza implicazioni filosofiche.

Come già stato detto fu soltanto dopo la lettura del sensazionale articolo di Ivan T. Sanderson "Here could be dinosaur" sulle pagine del "Saturday evening Post" del 3 gennaio 1948, che parlava della possibile sopravvivenza di dinosauri in Africa, che presi la decisione di scrivere un libro esaustivo che parlasse di tutti i casi simili a questo. Infatti avevo accumulato nel corso degli anni una notevole quantità di informazioni sull'argomento, specialmente mentre studiavo zoologia alla Libera Università di Bruxelles, dal 1934 al 1939.

Chiaramente non ero all'epoca consapevole dell'imminente pubblicazione del compendio di Krumbiegel, che si rivelò poi davvero utilissimo nel corso del mio lavoro. Mi impegnai con fermezza per quattro anni pieni all'attuazione del mio progetto che trattava una varietà di casi -di fatto qualche dozzina- nella maniera più prosaica e dove, per la prima volta in una pubblicazione del genere, tutte le fonti erano citate, in conformità con le regole stabilite per le pubblicazioni scientifiche.

Da questo lavoro amorevole nacquero innanzi tutto una serie di articoli preliminari, pubblicati nel 1952 sulla rivista di divulgazione scientifica "Sciences et Avenir" e poi finalmente un libro in due volumi limitati dal taglio ai soli animali terrestri, "Sur la piste des betes ignorées" (1955). Questo lavoro fu in seguito tradotto in più di dieci lingue diverse, cosa che spiega la considerevole ripercussione che ebbe in tutto il mondo.

Comunque fu soltanto lavorando sul problema degli animali sconosciuti degli oceani che cominciai a capire che la metodologia di Oudemans era lontana dall'essere perfetta (8), e che era giunto il momento per lei di essere espansa e raffinata. Mi resi conto innanzi tutto che quello che ritenevo con devozione il mio maestro commise un grave errore nel considerare a priori che tutti i serpenti di mare, tutti i grandi ed allungati mammiferi marini, ancora sconosciuti o meno alla scienza, appartenessero ad una sola specie.

Apparve presto ai miei occhi che alcuni di loro non provenivano dalla stessa classe di vertebrati. A parte un grande rettile -ma certamente non un serpente!- ed una tartaruga di enormi dimensioni, sembravano coinvolti non solo un grande pinnipede ipotizzato da Oudemans ed un cetaceo ipotizzato da Wood, ma anche una sfilza di pesci chiaramente non imparentati gli uni agli altri. Per districarmi con successo da questo problema atrocemente complesso, mi affidai infine al servizio della più primitiva forma di computer, il sistema a schede perforate.

Mi sforzai per anni a perfezionare l'approccio statistico di Oudemans, che è efficace solo per la chiarificazione di un singolo fenomeno isolato, che di sicuro è cosa rara nell'ambito dei problemi critpozoologici. Infine fui in grado di codificare una metodologia generale in grado di essere applicata senza preconcetti, pregiudizi e opinioni soggettive a tutti i casi di informazioni recenti o antiche riguardanti animali apparentemente sconosciuti.

Per affrontate il problema del serpente di mare studiai per tre anni la storia virtualmente parallela di un altro mostro marino ancora più fantastico, il kraken, che alla fine si risolse con la scoperta del calamaro gigante del Genere Architeuthis.

Questa analisi rafforzò ulteriormente la mia convinzione che una spiegazione unica e riduzionistica è spesso non difendibile in criptozoologia. Anche in queto caso diverse creature, enormi Octopus ancora sconosciuti così come calamari giganti ora catalogati, furono confusi assieme dando vita alle leggende delle creature tentacolari grandi come isole. Tutto questo fu l'oggetto dell'opera "Dans le sillage des monstres marins: le kraken'et le poulpe colossal" (1958).

Soltanto in seguito a questa pubblicazione passai ulteriori sette anni ad esaminare più accuratamente gli intricati casi dei serpenti di mare, che mi portarono alla realizzazione nel 1965 di "Les Grand Serpent-de-Mer: le problème zoologique et sa solution". Fu durante questi anni di intenso lavoro, verso l'ultima parte degli anni '50, che sentii il bisogno di dare un nome che facesse rientrare questa ricerca tra le discipline della scienza. Così questo è il motivo per cui coniai il termine "criptozoologia", che significa "scienza degli animali nascosti", che cominciai ad utilizzare regolarmente nelle mie corrispondenze professionali.

La parola apparve stampata per la prima volta nel 1959, quando uno dei miei corrispondenti, Lucien Blancou (1903-1983), capo ispettore onorario dell'Hunting and Protection of overseas fauna, dedicò il suo libro "Géopgraphie cynégétique du Monde", a "Bernard Heuvelmans, maestro della criptozoologia". Questo termine è oggi utilizzato largamente in tutto il mondo, e figura in diversi dizionari ed enciclopedie.

Queste sono le radici dell'albero della criptozoologia.

L'esemplare scoperta di Nettuno.

Sembra così chiaro che l'essenza della ricerca criptozoologica giace nella diligente raccolta, nell'analisi, nell'eliminazione degli errori e dei falsi evidenti, nello studio comparativo e nella sintesi di tutte le informazioni sugli animali che restano ancora esclusi dai nostri cataloghi, sebbene si possiedano su di essi numerose informazioni. Il risultato finale di questo lungo processo, una sorta di identikit sia morale che fisico, deve servire principalmente a permettere che la creatura in questione possa essere localizzata e riconosciuta senza ambiguità con la massima precisione possibile. Inoltre dovrebbe essere possibile conoscere dove, quando e come avvicinarla, eventualmente per catturarla con una trappola se non sulla pellicola, ed idealmente stabilire con essa una relazione la più pacifica ed amichevole possibile.

Tuffarsi nel Loch Ness per tentare di arpionare uno degli animali enigmatici del lago scozzese; fare spedizioni attraverso le vette dell'Himalaya sperando di incontrare l'inafferrabile Yeti, braccare il Bigfoot, il gigante irsuto dai grandi piedi, tra le montagne boscose del sud-ovest dell'America Settentrionale, o sguazzare tra le paludi dell'enorme foresta congolese alla ricerca di dinosauri che potrebbero essere sopravvissuti dall'Era Secondaria, sono tutte imprese certamente molto più divertenti, ma non hanno davvero nulla a che spartire con la ricerca criptozoologica propriamente detta; così come non lo è dragare i fondali marini, esplorare le acque delle caverne semi-sommerse o dare la caccia a farfalle e coleotteri con il retino.

Attività di questo tipo sono soltanto la routine degli obbiettivi della zoologia: campionature cieche, test o processi di controllo. Di fatto la vera ricerca criptozoologica sul campo consiste prima di tutto nel collezionare dagli abitanti locali tutte le informazioni, le più complete e recenti, e nel ricercare allo stesso tempo, possibili evidenze concrete dell'esistenza dell'animale avvistato, ed infine, impegnarsi nell'incontrarlo personalmente nelle migliori circostanze possibili (9).

L'ambizioso obbiettivo della criptozoologia è di riuscire a descrivere scientificamente un animale prima di averlo catturato od ucciso. Questo è in verità uno scopo generoso, che rivela un'etica più compatibile con il rispetto della natura che oggi è enormemente in pericolo.

Un simile obbiettivo può essere paragonato alla scoperta del pianeta Nettuno nel 1846, da parte di Urbain Le Verrier (1811-1877). Fu attraverso lo studio di una leggera perturbazione nell'orbita ellittica di Urano che l'astronomo francese fu in grado di dedurre la presenza di un pianeta sino allora sconosciuto. Le Verrier informò il suo collega tedesco Johan Galle (1812-1910) del dove avrebbe dovuto puntare esattamente il suo telescopio se avesse voluto vedere il pianeta sconosciuto, ed anche della luminosità e grandezza con cui gli si sarebbe presentato. Due o tre giorni dopo, Galle scoprì Nettuno con un grado dal punto che Le Verrier gli aveva indicato.

Il celebre divulgatore scientifico Camille Flammarion (1842-1925) riportò che, sebbene Le Verrier fu nominato direttore dell'osservatorio di Parigi in seguito al risultato del suo brillante successo, non si prese mai la briga di dare personalmente un'occhiata al corpo celeste che lui stesso aveva scoperto.

E' improbabile che un criptozoologo esebirebbe lo stesso ammirabile distacco di questo rigoroso teorico, se un giorno un campione di una specie da lui descritta fosse catturata o fortunosamente ritrovata a seguito di uno spiaggiamento.

Note del traduttore:

(1) Per maggiori informazioni a riguardo consultare l'articolo "i Globster" nella sezione "dossier" di questo sito.

(2) Nonostante l'insistenza del padre della criptozoologia nell'affermare la genuinità della sua scoperta, i fatti ad esso collegata ebbero tanti e tali sviluppi sospetti da fare si che la stragrande maggioranza del mondo accademico ed anche esponenti del mondo della criptozoologia considerino il cadavare da lui esaminato niente più che un manichino realizzato magistralmente.

(3) Mogadiscio è il nome attualmente riportato in tutte le recenti ristampe e commenti de "il Milione", tra cui l'ottimo e recente volume a cura di Maria Bellonci pubblicato da Mondadori nel 2003.

(4) In realtà la parola "Sasquatch" fu coniata da J.W. Burns nel 1920, per anglicizzare i termini "Sokquetal" e "Sossq'tal", parole di origine Salish.

(5) Si tratta dell'ilocero, il più grande suide conosciuto, scoperto ufficialmente nel 1904.

(6) Nel 2004, nell'isola indonesiana di Flores furono scoperti i resti fossili datati ad appena 10.000 di una nuova specie umana, che i ricercatori ritengono essere una forma insulare nana di Homo erectus. Questa spettacolare conferma alle teorie di Hill non ha vergognosamente avuto nessuna eco sulla stampa internazionale.

(7) La "lista di controllo" del Dott. Heuvelmans ha subito diverse modifiche nel corso degli anni: alcuni animali che ne facevano parte sono stati infine vittoriosamente scoperti, mentre altri ne sono stati aggiunti dai moderni rappresentanti della criptozoologia.

(8) In realtà anche il metodo di Heuvelmans è ancora lontano dall'essere perfetto, come lo studioso tedesco Ulrich Magin ha constatato in una rigorosa critica circa la classificazione dei serpenti di mare dello zoologo belga. Va però fatto notare che lo stesso Heuvelmans, sulle pagine del suo libro, afferma che "sono convinto che come c'è stato un primo e dopo Oudemans, ci sarà anche un prima e dopo Heuvelmans". La raffinazione delle metodologie è infatti alla base di ogni vera disciplina scientifica.

(9) Attualmente lo zoologo olandese Marc van Roosmalen, impegnato in Amazzonia, è l'emblema vivente del metodo criptozoologico, avendo già scoperto varie nuove specie animali raccogliendo informazioni e testimonianze dai nativi.