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I mostri venuti dal mare

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I mostri venuti dal mare

una carrellata di misteri risolti
Ritratto di lorenzorossi di Lorenzo Rossi - Ven, 29/08/2003 - 13:07Qui si parla di

Articolo aggiornato dopo la sua pubblicazione iniziale al 16/09/2010.

La possibilità che mari e oceani del Pianeta siano abitati da una nutrita serie di organismi marini di grandi dimensioni non ancora ufficialmente catalogati, che esulano da ogni tentativo di classificazione sistematica (consultare questo articolo), non rientrando quindi all'interno di categorie verso le quali nessuno zoologo può nutrire alcun dubbio (come possibili scoperte di nuove specie di cetacei, squali e grandi calamari) è un'eventualità presa in seria considerazione da diversi criptozoologi e biologi (Heuvelmans, 1965; Shuker, 2003; Woodley, 2008). 

Da sempre il principale cavallo di battaglia di chi non crede all'esistenza di simili animali è il fatto che non se ne sia mai scoperto un esemplare vivo o morto. L'idea di base infatti è che se questi animali esistono, prima o poi i loro resti dovranno per forza di cose finire con l'arenarsi su qualche spiaggia. 

In effetti, nel corso degli anni, si sono registrarti ritrovamenti di carcasse di animali marini di grossa taglia inizialmente non facilmente identificabili come appartenenti a specie note e quindi considerate misteriose.

In realtà il riconoscimento di un corpo in putrefazione, specie se in stato avanzato, da parte di un osservatore non esperto può risultare un'impresa piuttosto ardua, soprattutto per quanto riguarda gli organismi marini, che per una serie di fenomeni che presto saranno elencati, possono possono assumere un aspetto particolarmente bizzarro rispetto a come apparivano prima della morte.

Il primo processo necrolitico è la decomposizione della materia organica, questa fase è essenzialmente rappresentata dalla putrefazione per opera di funghi, muffe o batteri, delle sostanze proteiche, dei grassi e degli idrati di carbonio. Successivamente avviene la disarticolazione, ovvero la separazione degli elementi dello scheletro lungo le aree di articolazione dopo la distruzione dei tessuti connettivi, tale fenomeno viene poi completato dall'applicazione di forze, quali ad esempio le correnti e il moto ondoso.

L'ultimo processo è quello del trasporto, con la morte degli organismi infatti, molto spesso inizia un trasporto passivo dei loro resti, alcune carcasse, se sviluppano gas putrefattivi all'interno della cavità addominale, possono galleggiare e lasciarsi così trasportare dalle correnti per intere settimane.

Nel settembre del 1808 i resti di un enorme animale si arenarono sulle coste dell'isola di Stronsa (l'attuale Stronsay, Orcadi), a nord della Scozia. Il più antico riferimento bibliografico a quella che divenne famosa come "la bestia di Stronsay" è la lettera di un certo Mr. Campbell, indirizzata a un amico (Oudemans, 1892) in cui è riportato quanto segue:

Un serpente (il mio amico Telford ne ha ricevuto un disegno) è stato trovato spiaggiato nelle isole Orcadi, un serpente marino con una criniera da cavallo, lungo 17 metri e spesso 120 cm, questo è certo. Malcolm Laing, lo storico, lo vide e spedì il disegno al mio amico

Il ritrovamento della "bestia" destò un certo interesse anche all'interno della comunità scientifica, tanto che dai "Proceedings of the meeting of the Wernerian Natural History Society" del novembre 1808 possiamo apprendere che:

In questo incontro Patrick Neil lesse un resoconto su di un serpente di mare che si era spiaggiato nelle Orcadi. Questo curioso animale si era arenato nella Baia di Rothiesholm, sull'isola di Stronsa. Malcom Laing [...] si trovava nelle Orcadi in quel momento e comunicò i fatti a suo fratello, Gilbert Laing, avvocato di Edimburgo, sulla cui proprietà l'animale era stato gettato. Attraverso questo attendibile canale Mr. Neil ricevette le sue informazioni. Il corpo misurava 17 metri di lunghezza e la sua circonferenza nella parte più spessa poteva equivalere al girovita di un pony delle Orcadi. La testa non era più larga di quella di una foca ed era dotata di due fori. Sulla schiena numerosi filamenti [...] scendevano giù come una criniera. Su ogni lato del corpo c'erano tre grandi pinne snodate a forma di zampa. Il corpo purtroppo era stato ridotto in pezzi da una tempesta, ma i frammenti furono raccolti da Mr. Laing e spediti al Museo di Edimburgo. Mr Neil concluse rimarcando, che senza dubbio si poteva ritenere che fosse il tipo di animale descritto da Ramus, Egede e Pontopiddan, ma che i naturalisti scientifici rigettavano ancora come falso e immaginario

Tre anni più tardi il chirurgo e naturalista Everard Home, che aveva potuto esaminare le vertebre della bestia di Stronsa che erano state giudiziosamente conservate dal museo di Edimburgo,  rivelò la reale e corretta identità del misterioso animale: uno squalo elefante o cetorino (Cetorhinus maximus). L'aspetto particolarmente insolito della carcassa, che ne aveva impedito l'immediato riconoscimento, era dovuto all'avanzato stato di putrefazione:

Quando il corpo di uno squalo va in disfacimento, la perdita dell'apparato branchiale può rendere l'idea di un lungo collo, le pinne dorsali e caudali inoltre si staccano dal corpo molto facilmente, mentre le pettorali e le pelviche possono talvolta rimanere attaccate ad esso. Inoltre quando la pelle comincia a staccarsi dal corpo, emerge all'esterno un tessuto connettivo che sfibrandosi, assomiglia ad una sorta di peluria biancastra, che gli abitanti di Stronsa scambiarono probabilmente per una sorta di criniera. 

La stessa identità zoologica è applicabile anche a quella che con ogni probabilità è la più famosa  carcassa di questo tipo mai rinvenuta, cioè i resti di un animale marino "sconosciuto" che rimasero impigliati nelle reti del peschereccio giapponese Zuiyo Maru il 25 aprile del 1977, a 30 miglia da Cristhchurch, Nuova Zelanda.

La carcassa misurava all'incirca dieci metri di lunghezza per un peso che si avvicinava alle due tonnellate e possedeva caratteristiche anatomiche tali che nessun membro dell'equipaggio, in tutto diciassette persone, seppe identificarla. Preoccupato dall'odore nauseabondo provocato dalle spoglie del misterioso animale e dal fatto che potesse contaminare la pesca, il capitano decise di riconsegnare al mare lo strano cadavere, non prima però di averlo fotografato e fatto minuziosamente esaminare dal signor Michihiko Yano della scuola oceanografica di Yamaguchi. Quest'ultimo non riuscendo a concludere di quale creatura si trattasse, decise di prelevare da essa 42 pezzi di quella che definì una "fibra cornea", nella speranza che fosse successivamente esaminata in laboratorio. Quando Yano fece ritorno in Giappone e le sue foto furono sviluppate, crearono un notevole scalpore, in quanto mostravano una sorta d'animale dal lungo collo sormontato da una piccola testa, che l'opinione pubblica non esitò a considerare una creatura preistorica simile al plesiosauro.

A gettare benzina sul fuoco pensò poi lo studioso giapponese Yoshinori Imaizumi del Museo Nazionale delle Scienze di Tokio, che rilasciò ai giornali la seguente dichiarazione:

Non si tratta di un pesce, una balena o qualunque altro mammifero [...] è un rettile, e dalle ricostruzioni appare davvero simile ad un plesiosauro. Questa è un'importante scoperta per l'umanità, perché dimostra che questi animali non sono completamente estinti

Estremamente più cauti furono invece i pareri degli esperti europei ed americani, che ipotizzarono potesse trattarsi di uno squalo elefante, un leone marino o una tartaruga, ma questa divergenza d'opinioni non fece altro che rafforzare, in Giappone, l'idea di un plesiosauro contemporaneo. La verità venne a galla il 25 luglio del 1977, quando i risultati di un test preliminare sui campioni estratti da Yano indicarono quei resti come appartenenti ad uno squalo. Successive analisi rilevarono la presenza di una particolare proteina, l'elastoidina, conosciuta solo negli squali e non presente negli altri pesci e nei rettili, i cui valori d'aminoacidi erano perfettamente compatibili con quelli dello squalo elefante. Nonostante questa palese scoperta la febbre del plesiosauro non accennò a diminuire, a tal punto che il 2 novembre il governo giapponese realizzò persino un francobollo commemorativo in cui erano disegnati uno scheletro di plesiosauro ed il Museo Nazionale delle Scienze...

Gli squali elefante non sono però gli unici organismi marini ad avere dato problemi ai biologi in fatto di identificazione. Nel 1925 i giornali della California pubblicarono la fotografia di una strana bestia trovata arenata tra le rocce di Moore’s Beach, pochi chilometri a nord est di Santa Cruz, che aveva polarizzato su di sé l’attenzione di numerosi curiosi ed alcuni zoologi, arrivati sin lì per potere esaminarla da vicino. Purtroppo oltre alle fotografie, ci sono rimaste soltanto descrizioni dell’animale che differiscono di volta in volta, ma pare certo, da come si può inoltre evincere dalle immagini, che possedesse una grossa testa, un muso a forma di becco e due piccoli occhi. La sua lunghezza variava (da testimone a testimone) dai 10 ai 15 metri e pare che possedesse un lungo e sottile collo di circa sei metri. Il teschio della creatura fu scrupolosamente esaminato dagli esperti della California Accademy of Sciences Museum, che conclusero doveva trattarsi di una rarissima specie di Zifide: il Berardio boreale (Berardius bairdii). Gli Zifidi sono i cetacei meno conosciuti, alcuni di essi non sono mai stati osservati vivi e sono noti soltanto attraverso il ritrovamento dei loro resti arenatesi sulle spiagge, mentre di altri esistono solamente semplici avvistamenti in mare. Il problema principale di tanta elusività non è da implicare soltanto alla loro effettiva rarità, quanto all'habitat naturale: acque molto profonde e lontane dalla costa. Dai dati in nostro possesso non possiamo stimare nemmeno quanti esemplari ne sopravvivono e se siano o meno animali a rischio d’estinzione: semplicemente sono difficilmente osservabili e per questo poco studiati. La loro caratteristica più evidente è rappresentata dai denti degli esemplari maschi, che in genere vanno da due a quattro e che, posti soltanto nella mandibola, sono chiaramente visibili anche quando l’animale tiene chiusa la bocca. 

Due misteri aperti e uno risolto

Prima o poi, tutti i resti di animali apparentemente misteriosi ritrovati sulle spiagge, di cui si sono conservati reperti o scattate fotografie sufficientemente nitide, sono stati correttamente classificati. Il fatto che i casi ancora aperti siano proprio quelli di cui disponiamo soltanto di testimonianze oculari (e che uno di questi sia stato recentemente risolto grazie alla scoperta di una fotografia), non fa quindi ben sperare sulla loro possibile autenticità...

Nell'estate del 1942 uno strano animale si spiaggiò a Gurock (Scozia), sulle rive del fiume Clyde e minuziosamente esaminato dall'ispettore Charles Rankin. Era lungo circa 8 - 8,5 metri, possedeva un lungo collo, una testa relativamente piccola e piatta, grandi denti appuntiti su mandibola e mascella, occhi piuttosto grandi posizionati lateralmente, una lunga coda rettangolare orientata in senso verticale e due paia di pinne a forma di L, di cui le anteriori erano le più grandi e le posteriori le più larghe. Apparentemente, colonna vertebrale a parte, il suo corpo non sembrava contenere nessun altro osso, ma possedeva molte "setole" lunghe 15 cm. 

Purtroppo la seconda guerra mondiale era in corso e la località dello spiaggiamento classificata come riservata e non fu permesso di scattare nessuna fotografia della misteriosa creautra, che venne fatta a pezzi e sepolta in un terreno che in seguito fu convertito in un campo da calcio.

Rankin conservò però una delle "setole", che aveva strappato da una pinna, per porla sulla sua scrivania, da dove seccandosi divenne simile ad una molla stiracchiata. Nonostante quella dello squalo elefante sia l'ipotesi tirata in ballo per spiegare l'accaduto, molti particolari sembrerebbero non corrispondere... Lo stesso Rankin affermò che l'animale non presentava il minimo segno di putrefazione, cosa che la presunta integrità del cranio potrebbe confermare, visto che se questo dato fosse reale non si sarebbe potuto trattare in alcun modo di uno squalo.

Intervistato diversi anni dopo circa l'accaduto per una puntata di "Mysterious world", Rankin oltre a mostrare uno schizzo dell'animale da lui osservato, gesticolò per tutto il tempo tenendo in mano la presunta setola del "mostro" ed è come minimo curioso che su questo reperto non sia stato mai tentato alcun tipo di analisi. Anche se personalmente ritengo che molti particolari siano stati inventati di sana pianta quando non ingigantiti con il passare del tempo, la mancanza oggettiva di dati lascia questo caso "ancora aperto", sebbene l'unica evidenza materiale esistente, la presunta setola, faccia irresistibilmente pensare al tessuto connettivo esposto tipico dei cetorini in putrefazione.

Nel giugno del 1983, a Bungalow Beach, Gambia, l'allora quindicenne Owen Burnham stava facendo una passeggiata sulla spiaggia assieme ad alcuni membri della sua famiglia, quando si imbatté in una strana carcassa. Burnham, appassionato di zoologia, insistette nel misurarla e nel disegnarne degli schizzi...</p><p>Il corpo, integro (ad eccezione di una pinna) e totalmente privo di segni di putrefazione, era lungo circa 4,5 metri (180 cm coda e testa escluse), marrone sul dorso e bianco sul ventre. La testa era alta 25 cm, larga 30 cm e lunga 130 cm. Possedeva un rostro prominente come quello dei delfini lungo 75 cm, alto 14 cm e largo 13 cm, con un piccolo paio di narici posto sulla punta. Aveva occhi piccoli e 80 denti conici tutti della stessa forma e dimensione. La carcassa possedeva due paia di pinne, anteriori e posteriori. La coda era lunga 150 cm, affusolata e priva di pinna. Non c'era nemmeno la presenza di pinne dorsali.</p><p>Lo zoologo inglese Karl Shuker interessatosi al caso dopo esserne venuto a conoscenza nel maggio del 1986, contattò personalmente Burnham per chiedergli maggiori informazioni

Sono cresciuto in Senegal e sono un membro onorario della tribù Mandinka. Parlo fluentemente il linguaggio e questo mi ha aiutato enormemente nei miei spostamenti. [...] Un enorme animale si spiaggiò durante la notte e quella mattina alle 8:30 io, mio fratello, mia sorella e mio padre vedemmo due africani che cercavano di tagliarne la testa per vendere il cranio ai turisti. Il sito della scoperta fu la spiaggia sotto al Bungalow Beach Hotel. L'unico fiume degno di nota nell'area è il fiume Gambia. Misurammo l'animale tracciando prima sulla sabbia una linea parallela alla creatura e poi utilizzando un metro. [...] Sfortunatamente non avevo una macchina fotografica con me così feci un'osservazione più dettagliata possibile. Fu un vero shock. Non potevo credere che quella creatura giacesse di fianco a me. Non potei prenderne la testa perché fu raccolta dai due africani [...] stavo quasi per comprarla, ma non avrei saputo come farla arrivare in Inghilterra. Le vertebre erano molto spesse e la carne rosso scuro (come manzo). [...] Chiesi alle persone presenti che nome avesse quell'animale. Facevano parte della comunità dei pescatori e mi diedero il nome Mandika 'kunthum belein'. Chiesi in molti villaggi lungo la costa [...] il nome significa 'mascelle taglienti' ed è utilizzato ovunque per indicare i delfini. [...] Ancora oggi posso ricordare anche il più piccolo dettaglio. Vedere una cosa simile fu incredibile! (Shuker, 1995)

Alcuni entusiasti dell'esistenza di "mostri" marini, hanno raccontato nei loro libri questo episodio distorcendolo a regola d'arte (Coleman e Huyghe, 2003) in modo da giustificare il fatto che sebbene la creatura fosse stata minuziosamente esaminata e misurata, nessuno pensò di prelevarne un campione. Coleman non esita a scrivere nelle pagine del suo libro che Burnham "solo in seguito, dopo un fallito tentativo di identificare la creatura attraverso i manuali di zoologia, realizzò che ne avrebbe dovuto prelevare un campione". Trattandosi all'epoca di un ragazzo di soli 15 anni un simile comportamento risulterebbe piuttosto credibile, ma nella lettera indirizzata a Shuker, Burnham dichiara tutt'altro (e cioè che vedere un simile animale fu uno shock, dato che si era perfettamente reso conto sin da subito della sua straordinarietà) ed è quindi desolante constatare che dopo la trattazione dell'accaduto, Coleman riporti come fonte consultata proprio questa lettera!

In effetti la mancanza di prove oggettive fa nascere più di un sospetto: anche accettando il fatto che l'intera testa dell'animale sarebbe stato un "souvenir" troppo ingombrante, perché non chiedere ai due uomini di tagliare con il loro machete, la punta della coda, un pezzetto di pinna, o anche soltanto una vertebra?  

Trunko rivelato...

Il primo novembre 1922 l'agricoltore sudafricano Hugh Balance scrutando il mare da una spiaggia di Margate, costa di KwaZulu-Natal, fu protagonista di un incredibile spettacolo. Attraversò il binocolo poté vedere due cetacei (probabilmente orche) intente a combattere contro un enorme mostro, che essendo ricoperto di pelame bianco sembrava un gigantesco orso polare. Balance fu presto attorniato da un folto gruppo di persone incuriosite dallo straordinario evento. 

La creatura si erse di 6 metri fuori dall'acqua e cercò di colpire le orche con quella che i testimoni ritennero essere la sua coda, ma ebbe poco successo. Dopo tre ore i cetacei se ne andarono lasciando l'incredibile animale galleggiante sull'acqua privo di vita. La sera dello stesso giorno la sua carcassa fu ritrovata spiaggiata...

Era alta 150 cm e lunga 14 metri, inclusa una coda di 3 metri e una sorta di proboscide di elefante (da qui il nomignolo "trunko", dall'inglese trunk, proboscide, con cui questa misteriosa carcassa è rimasta famosa, nel corso degli anni, all'interno della cerchia dei criptozoologi) al posto della testa! Era inoltre ricoperta da una sorta di peluria bianca lunga 20 cm, sulla quale nonostante la cruenta battaglia, non erano presenti tracce di sangue. 

Visto l'elevato numero di testimoni, la carcassa fece molto parlare di sé, ma anche se restò sulla spiaggia per dieci giorni, prima che una mareggiata la restituisse per sempre al mare, nessuno scienziato si prese la briga di andarla a esaminare. 

Questo episodio per molti anni è stato probabilmente tra i più "imbarazzanti" nella storia della criptozoologia. Da un lato un numero elevatissimo di testimoni tutti concordanti su ciò che avevano osservato, dall'altro un animale la cui morfologia e caratteristiche fisiche erano un affronto alla biomeccanica e ai principi evolutivi. Così come quello del fiume Clyde e di Bungalow Beach, anche questo caso sembrava destinato a restare inspiegato per mancanza di prove, ma recentemente Karl Shuker, riuscendo ad entrare in possesso di un articolo pubblicato su di un giornale dell'epoca, ha dato un contributo determinante alla sua soluzione, l'articolo in questione infatti, conteneva anche alcune fotografie della misteriosa carcassa!

Purtroppo l'esame delle immagini permette di scartare l'ipotesi di una specie sconosciuta, Trunko infatti altro che non era che un globster, vale a dire grasso di un grosso cetaceo in putrefazione e la sua presunta peluria altro non era che tessuto connettivo esposto. Risulta così convincente ritenere che i due cetacei visti "lottare" contro la misteriosa creatura, stessero in realtà interagendo con questa carcassa (comportamento osservato nei globicefali, comunicazione personale della cetologa Eletta Revelli a seguito di un'osservazione diretta), che osservata da lontano dava l'impressione di essere anch'essa un animale dotato di vita propria. 

Nonostante la possibilità che una specie di animale marino "non canonico" possa un giorno essere davvero confermata non dovrebbe essere esclusa a priori, l'esperienza spinge a ritenere che se dovessero emergere immagini anche del "mostro" del fiume Clyde e di Bungalow Beach, l'eventualità più probabile è che anche questi ultimi potrebbero essere facilmente identificati come animali noti.

Bibliografia essenziale

COLEMAN, L., HUYGHE, P. (2003), The field guide to lake monsters, sea serpents, and other mystery denizens of the deep.
HEUVELMANS, Bernard (1975), Le grand serpent-de-mer. Le probleme zoologique et sa solution.
KIMURA, S., FUJII, K., SATO, H., SETA, S. & KUBOTA, M. (1978), The morphology and chemical composition of horny fiber from an unidentified creature captured off the coast of New Zealand. La Société franco-japonaise d'océanographie (Tokyo), pp. 67-74.
KUBAN, G. J. (1997), Sea-monster or shark? An analysis of a supposed plesiosaur carcass netted in 1977. Reports of the National Center for Science Education 17.
SHUKER, Karl (1995), In search of prehistoric survivors. Do giant 'extinct' creatures still exist?.