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Orang pendek, il mistero di Sumatra

le uniche "prove" dell'esistenza dell'orang pendek sono rappresentate da calchi di impronte molto controversi. Foto www.cliffbarackman.com
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Orang pendek, il mistero di Sumatra

sulle tracce del "piccolo uomo" dell'Indonesia
di Lorenzo Rossi - Lun, 19/06/2017 - 09:54Qui si parla di
le uniche "prove" dell'esistenza dell'orang pendek sono rappresentate da calchi di impronte molto controversi. Foto www.cliffbarackman.com

L’area settentrionale di Sumatra, che con i suoi 470.00 km2 è la sesta isola più estesa del pianeta, è una delle ultime roccaforti degli orangutan (Pongo pygmaeus) le famose grandi scimmie antropomorfe asiatiche dal caratteristico pelame rossiccio. L’areale di questi primati, un tempo esteso anche al sud est asiatico continentale (1), attualmente è infatti limitato a Sumatra e al Borneo.
A sud dell’isola non esistono oranghi, ma i nativi, come i primi coloni olandesi, parlano da sempre di un’altra specie di scimmia antropomorfa, chiamata orang pendek (piccolo uomo), che sarebbe caratterizzata dall’insolita caratteristica, unica per quanto concerne i primati non umani, di essere principalmente bipede.
La mole di informazioni in merito è talmente corposa, incluso il coinvolgimento diretto di ricercatori professionisti, e le implicazioni di un’eventuale scoperta talmente importanti, che mai come in questo caso si rende indispensabile un minuzioso spoglio di ogni possibile aspetto del fenomeno, sotto il punto di vista zoologico, etimologico e della diversa percezione di quest’ultimo da parte di nativi, primi testimoni europei e ricercatori sul campo.

Le prime informazioni

L’esordio dell’orang pendek in letteratura sembra risalire al 1783 ed è generalmente attribuito all’ufficiale inglese della Compagnia delle Indie Orientali William Marsden, operante a Bengkulu, a sud di Sumatra. Riferendosi all’enigmatica creatura come a gugu od orang gugu, è da lui definito una delle due tipologie di “specie di persone” (sic) abitanti la foresta,

disperse nei boschi per evitare ogni contatto con gli altri abitanti
Marsden, 1783

L’altra "tipologia" a cui fa riferimento sono i kubu od orang kubu, attualmente etnologicamente conosciuti come una popolazione umana di cacciatori raccoglitori che vive nelle foreste tra le aree di Palembang e Jambi (Sumatra centrale). Stando a Marsden i gugu sarebbero molto meno numerosi e più rari dei kubu e ricoperti da lunghi peli.
Diversi anni dopo, l’avventuriero francese G. L. Domeny de Rienzi divenne il primo europeo a dichiarare di avere osservato direttamente queste creature. Stando a una sua pubblicazione del 1836, disse di avere visto diversi “gougons” presso il fiume Indragiri sulla costa est di Sumatra, che furono da lui descritti come esseri umani ricoperti di pelo, con una fronte sfuggente e con limitate capacità mentali:

superano di poco le scimmie in intelligenza, ma sono nonostante tutto degli esseri umani
de Rienzi, 1836

Maggiori informazioni iniziarono a diffondersi in gran numero agli inizi del 1900 con l’arrivo dei primi coloni, ma in questa sede è sufficiente limitarsi solo ad alcuni dei numerosi presunti avvistamenti.

Una notte di ottobre del 1923, il cercatore di legname olandese J. Ivan Herwaakden, era a caccia di maiali selvatici mentre risiedeva a Palembang. Si trovava in appostamento presso Pulau Rimau, quando vide una femmina di orang pendek seduta su di un ramo a circa 3 metri da terra e procedendo con cautela verso il tronco, fu in grado di osservarla più da vicino. Era alta 150 cm e coperta da pelo scuro, più scuro sulla schiena che sull’addome, i capelli erano molto lunghi. Quando l’essere si voltò per osservare Herwaakden, quest’ultimo disse che la sua testa era più appuntita rispetto a quella di un uomo. Occhi, labbra e orecchie erano simili a quelli umani, le arcate sopraccigliari molto robuste e sviluppate, la bocca larga e il mento sfuggente. Il naso era largo, dotato di grandi narici e mentre gli incisivi erano di conformazione umana, i canini erano molto più grandi e sviluppati.

Nel 1925 il funzionario H. W. De Santy raccolse deposizioni di cinque persone che si erano imbattute nell’orang pendek nella regione di Banjuasin, Sumatra meridionale. Tra questi la più notevole era senz’altro quella di un pescatore che aveva dichiarato di avere rinvenuto il cadavere di una femmina di sedapak (oltre al già citato gugu, sedapa e letjo sono altri nomi con cui i locali si riferiscono alla creatura). Nonostante apparentemente adulta, la sua taglia non era superiore a quella di un bambino di 10 anni, possedeva seni come quelli degli esseri umani ed era ricoperta da un pelame lungo circa 20 cm. I peli sulla testa erano invece molto più lunghi. Mani, piedi e unghie erano tipicamente umani, ma i talloni sembravano più appuntiti.

Stando a L. C. Westenek, che nel 1918 fu il primo naturalista a parlare dell’enigma dell’orang pendek in una rivista scientifica, due nativi che aveva ingaggiato per raccogliere campioni faunistici si erano imbattuti nel misterioso animale. Lo informarono di avere visto, a una distanza di circa 20 metri, uno di questi esseri mentre cercava larve in un tronco marcescente. Quando si accorse di essere osservato fuggì correndo a terra sulle zampe posteriori.
Successivamente, in prossimità del monte Kerinci, fu in grado di esaminare personalmente un’impronta che la sua guida attribuì all’orang pendek. Era simile a un piede umano, ma più largo e più corto.

Generalmente le descrizioni storiche dei nativi e dei coloni collimano piuttosto spesso, ma a complicare ulteriormente il già intricato problema non sono mancate anche segnalazioni che sembrano descrivere creature di diversa natura.

Infatti ancora Westenek, riporta che un tale signor Oostingh, che si era perduto nei boschi, dopo avere girovagato a vuoto per alcune ore notò all’improvviso quello che sembrava un abitante del luogo seduto su di un tronco, con la schiena rivolta verso di lui. Felice di vedere finalmente un altro essere umano si avvicinò ad esso rimanendone shockato:

Notai che aveva capelli corti, un taglio corto pensai, e all’improvviso realizzai che il suo collo era orrendamente coriaceo ed estremamente sporco. ‘Quel tizio ha un collo molto sporco e rugoso!’ dissi a me stesso. Il suo corpo era grande quanto quello di un nativo di taglia media e aveva grosse spalle squadrate che non avevano accenni di pendenza. Il colore non era marrone ma... una sorta di colore cenere più grigio che nero. Egli percepì visibilmente la mia presenza. Non ruotò la testa all’indietro, ma rizzatosi in piedi sembrava alto quanto me (175 cm). Allora mi accorsi che non era un uomo e cominciai a indietreggiare perché non ero armato. La creatura attese con calma qualche istante, senza avere fretta, poi con le sue braccia grottescamente lunghe afferrò un giovane tronco, che minacciò di spezzarsi sotto al suo peso e silenziosamente schizzò su di un albero, oscillando a grandi balzi alternando il braccio destro a quello sinistro. Il mio primo pensiero fu, ed è ancora: ‘Che bestia enormemente grande!’. Non era un orangutan, vidi queste grandi scimmie poco tempo prima allo zoo di Amsterdam. Somigliava maggiormente a un gigantesco siamango, ma il siamango ha peli lunghi e non c’erano dubbi che avesse invece peli corti. Non vidi il suo volto perché nemmeno una volta guardò verso di me
da Westenek, 1918

Questo aneddoto introduce la seconda scimmia più grande di Sumatra dopo l’orango: il gibbone conosciuto come siamango (Hylobates syndactylus), primate dal manto nero che può raggiungere i 90 cm in posizione eretta e un peso di circa 13 kg, dimensioni che quindi fanno assolutamente escludere che Oostingh possa essersi imbattuto in questo animale. L’ipotesi più plausibile è che la misteriosa creatura non fosse in realtà un presunto orang pendek, quanto invece un orangutan, sebbene apparentemente diverso per colorazione e lunghezza del pelo da un individuo “standard” della stessa specie.

Prima di diventare famoso come scopritore del saola (Pseudoryx nghetinhensis), John MacKinnon era già un’autorità nel campo della primatologia per le sue pubblicazioni sugli oranghi. All’interno del suo libro In search of the red ape, pubblicato nel 1974, oltre a interessanti accenni relativi all’orang pendek (che esamineremo in seguito), è riportata anche un’esperienza diretta che permette di guardare al resoconto di Oostingh sotto una nuova luce:

Ero vicino alla mia abitazione quando osservai uno spettacolo terrificante. Per un momento pensai che si trattasse di un’allucinazione. Un enorme orangutan nero stava camminando solitario lungo il sentiero verso di me. Non avevo mai visto un esemplare tanto grande nemmeno in uno zoo. Doveva pesare... 135 kg. Non ero nelle condizioni di potermi difendere o di correre via... e potei ricordare le tremende storie dei nativi sugli oranghi anziani che vivevano a terra. Trattenni il respiro... Era enorme, nero come un gorilla, ma con la schiena quasi priva di pelo
MacKinnon, 1974

Ritengo quindi più che plausibile che Oostingh possa in realtà essersi imbattuto in un grosso maschio anziano e solitario di orango al di fuori del proprio areale di distribuzione consueto.

Possibili equivoci

Prima di approfondire le presunte caratteristiche dell’orang pendek, è però essenziale presentare brevemente gli animali noti che non ogni probabilità possono essere la causa delle leggende sul suo conto. Abbiamo già fatto la conoscenza di due di questi, gli oranghi e i siamanghi.

I primi, che come abbiamo appurato attualmente vivono soltanto in Borneo e a nord di Sumatra, sono alti in genere dai 125 ai 150 cm, ma D. P. Erdbrink segnalò un maschio del Borneo di 180 cm. Si tratta di animali ben adattati a diverse tipologie di foresta primaria, dalle paludi e altre aree prossime al livello del mare, sino alle foreste di montagna a 1.500 metri d’altezza. Principalmente arboricoli e diurni, costruiscono grandi giacigli a forma di piattaforme sulle cime degli alberi per dormirvi durante la notte. I rari momenti che passano a terra, ma sempre per dirigersi da un albero all’altro, sono caratterizzati da movimenti incerti e goffi e fondamentalmente quadrupedi. Vivono in piccoli gruppi, ma i maschi adulti tendono a essere solitari.

I siamanghi, sebbene ancora più arboricoli degli oranghi, al punto da esibire nelle loro acrobazie tra i rami un’agilità che non ha eguali nel regno dei primati, possiedono però una prerogativa unica: durante i brevi spostamenti sul terreno o sui tronchi più grossi, camminano e corrono stando sempre in posizione eretta utilizzando le lunghissime braccia per bilanciarsi. Sono animali molto territoriali che vivono in piccoli nuclei, ma talvolta sono stati segnalati anche individui solitari.

Il terzo e ultimo candidato non è un primate, ma il più piccolo rappresentante della famiglia degli orsi, nella fattispecie l’orso malese (Helarctos malayanus). Possiede un pelo nero molto corto e raggiunge una lunghezza di 120 - 150 cm per un peso che oscilla dai 27 ai 65 kg. Chi si è occupato di studiare il caso sul campo ha da tempo appurato come i locali interpretino regolarmente le orme di orso malese che non mostrano in modo chiaro gli artigli come impronte di orang pendek.

Identikit della creatura

Nel suo voluminoso e documentatissimo lavoro del 2008, Images of the wildman in Southeast Asia, l’antropologo Gregory Forth dell’Università di Alberta ha preso in esame tutti i presunti avvistamenti e segnalazioni da parte dei coloni datati ai primi del ‘900, giungendo al seguente quadro generale:

  • sebbene alcune misure (150 cm) rientrino nella variabilità di statura della popolazione locale, in nessuna descrizione si parla mai di creature più grandi di un uomo. Le stime oscillano dagli 80 ai 150 cm, ma sono spesso riportate con esempi (“intermedio tra un uomo e un siamango”, “alto quanto un bambino di 10, 13 anni”, “come un piccolo uomo”, etc.).
  • i peli che ne ricoprono il corpo appaiono come estremamente variabili, a volte i testimoni parlano di peli molto lunghi, altre di peli molto corti. Alcuni descrivono peli molto spessi e fitti, altri radi e sottili. Anche il loro colore sembra alquanto variegato, passando dal nero al grigio scuro, al bruno rossiccio. La parola più spesso riportata dai coloni all’interno dei loro resoconti è “nero”, ma probabilmente si tratta di una traduzione del malese “hitam”, che può essere riferito alle tonalità scure di svariati diversi colori. Le poche fonti che parlano specificatamente di capelli sulla testa, li descrivono molto lunghi.
  • Le segnalazioni suggeriscono una conformazione fisica umanoide ed eretta, molto spesso più umana che scimmiesca. Tutte le descrizioni sono concordi nel riferire di un corpo estremamente massiccio, robusto e muscoloso: l’orang pendek è generalmente descritto come una creatura dotata di una forza fisica tremenda.
  • La lunghezza delle braccia è in genere riportata come superiore a quelle di un uomo, ma più corta di quelle di una scimmia, le gambe sono corte e i piedi piccoli e larghi. Per quanto concerne il volto sono in genere riportati tratti primitivi come grosse arcate sopraccigliari, assenza di mento e un naso piatto. La fronte è descritta come sfuggente e i canini come ben sviluppati.
  • Si tratterebbe di un animale vegetariano ed estremamente timido, che si da alla fuga all’avvicinarsi degli esseri umani.
  • La sua andatura è sempre e invariabilmente bipede.
Si riaccende l'interesse

L'opinione sull’orang pendek, ritenuto soltanto una mera leggenda trascurabile da un punto di vista zoologico, cambiò negli anni ‘90 grazie a una ex giornalista freelancer in seguito divenuta una naturalista professionista: l’inglese Deborah Martyr.

Giunta a Sumatra nel 1989 con l’intento di descrivere le attrattive turistiche dell’isola, non aveva mai sentito parlare prima del "piccolo uomo" e rimase stupita nell’apprendere della sua possibile esistenza. Tornata in Inghilterra iniziò a cercare il maggior numero possibile di informazioni al riguardo, giungendo alla conclusione che le foreste tropicali di montagna della regione del Kerinci, a sud ovest di Sumatra, fossero l’habitat migliore per tentare di scovare l’enigmatica creatura.

Nel mese di luglio dello stesso anno si recò nel Parco Nazionale di Kerinci Seblat, un’area di 14.000 km2 nella quale è possibile camminare per giorni senza imbattersi in insediamenti umani.

Mentre si trovava in un campo base alle pendici del vulcano che da il nome alla regione, la sua guida le indicò le aree in cui erano stati più spesso segnalati animali rari come tigri e rinoceronti, aggiungendo poi, piuttosto casualmente, che a est del lago vulcanico del monte Tujuh si poteva di tanto in tanto incontrare l’orang pendek. Quando la Martyr gli fece notare con scetticismo che praticamente nessuno sembrava avere mai visto questa mitica creatura, la guida, quasi in tono di scusa, le disse che aveva personalmente visto un orang pendek “soltanto” due volte e proseguì fornendole la descrizione dell’animale.

Di settimana in settimana, visitando i diversi insediamenti umani della regione, divenne a poco a poco sempre più affascinata da questo mistero, scoprendo come gli avvistamenti più recenti provenivano soltanto dai villaggi remoti sulle colline. Infatti, mentre nelle sempre più maggiormente popolate regioni ai piedi del monte Kerinci non si erano registrati avvistamenti per più di tre anni, nelle aree pianeggianti della Sungeipenuh Valley l’animale risultava praticamente sconosciuto.

Curiosamente, per quanto arrivò a offrire una somma molto maggiore di un normale salario, inizialmente non riuscì a trovare guide disposte a condurla nell’area delle ricerche da lei scelta (una zona non battuta a est del Kerinci), infatti gli abitanti di Palompet e Kersiktua insistevano nel dirle che era la dimora di un felino molto pericoloso, il cigau (2), più piccolo, ma più robusto e aggressivo della tigre. Dovette così accontentarsi di raccogliere informazioni dagli anziani capi villaggio, che diedero una descrizione sempre coerente di una creatura alta dai 120 ai 150 cm dotata di un addome molto robusto e prominente e una sorta di lunga criniera che dalla testa che correva sino al bacino. Questi capelli erano solitamente neri, ma in alcuni casi anche giallo scuri o marrone rossicci.

Tutti i testimoni insistevano sul fatto che l’animale fosse bipede e la Martyr decise di indagare maggiormente gli avvistamenti che erano avvenuti in spazi aperti piuttosto che nel fitto della foresta, dove temeva che i testimoni si fossero potuti confondere con siamanghi e orsi malesi.

Un trentaduenne di Palompet descrisse il suo avvistamento con queste parole:

Ero nella casa di mio nonno (una capanna di bamboo), nel suo campo e guardando fuori vidi due orang pendek. Uno era più grande dell’altro. Stavano mangiando zucchero di canna. Andai fuori per vederli più da vicino e il più grande dei due mi vide. Entrambi fuggirono via. Correvano come persone, molto velocemente

Incalzato dalle domande della Martyr il testimone aggiunse che erano come piccole persone pelose, non erano uomini, ma nemmeno delle scimmie.
Inoltre, così come tutti gli altri presunti testimoni, si offese quando gli fu suggerito che potesse essersi trattato di orsi malesi, siamanghi, o membri della “primitiva” tribù aborigena dei Kubu.

Nel mese di settembre la Martyr intraprese un altro viaggio nel sud del Kerinci apprendendo dal capo villaggio di Selempaing, un ex bracconiere di rinoceronti di nome Musih, che una femmina di orang pendek era stata osservata due volte nei campi nelle scorse settimane. Accettò di farle da guida nella foresta, informandola però del fatto che sarebbero state necessarie settimane prima di potere osservare un orang pendek e che sarebbe stato possibile catturarne uno utilizzando una rete, ma che nessuno abitante del villaggio sarebbe stato d’accordo nel fargli del male. Inoltre se fosse stato catturato, avrebbero dovuto in seguito liberarlo e lasciato in pace nella foresta.

Le impronte

A circa 1.400 metri furono infine rinvenute impronte che sembravano appartenere a due di questi animali. Stando alla Martyr ogni orma era chiaramente delineata e con l’alluce posizionato come negli esseri umani (3). Le altre quattro piccole dita erano ben visibili. Misurava circa 15 cm di lunghezza e 10 cm di larghezza nella parte più larga del piede.

Oramai del tutto convinta della possibile esistenza dell’animale, decise di dedicare più tempo alla sua ricerca, riuscendo nel proprio intento divenendo un membro di Flora and Fauna International e ricevendo il supporto del primatologo di Cambridge David Chivers e dello zoologo e fotografo naturalista Jeremy Holden, famoso in tutto il mondo per essere riuscito a immortalare le più rare specie animali di Sumatra.

Le ricerche durarono dal 1994 al 1999 e furono documentate da una serie di relazioni rimaste inedite, poiché giudicate controverse.

In esse è riportato il ritrovamento, da parte del team, di impronte dall’aspetto insolito, molto diverse da quelle dell’orso malese, ma visibilmente anche da quelle che la Martyr disse di avere rinvenuto nel 1989.

Possiedono una pianta ricurva e un grande alluce posto molto indietro e ruotato all’esterno di circa 80° e misurano 18 cm. Torneremo in seguito a parlare di queste impronte, lasciando prima spazio all’aspetto in assoluto più incredibile e affascinante di tutta la storia, cioè l’avvistamento diretto da parte dei membri del team dell’evanescente creatura.

Il presunto incontro

Personalmente intervistata in merito, la Martyr mi informava di avere osservato un primate dal corpo esile, ma possente, per certi aspetti simile a un orango di Sumatra. Rimase molto colpita dalla fluidità della sua andatura completamente eretta, ma aggiungendo anche che sembravano esistere  elementi che facevano pensare anche ad accenni di brachiazione (4). Jeremy Holden infatti, confermando in questo modo le dichiarazioni dei nativi, disse di avere visto un orang pendek afferrare arbusti ai lati del sentiero, mentre avanzava in modo bipede, e anche camminare con le braccia tenute in avanti come un uomo che stia avanzando attraverso dell’acqua profonda.

Infine, furono rinvenuti dei giacigli simili a quelli costruiti dagli oranghi, ma posti a un’altezza inferiore sugli alberi e anche direttamente sul terreno, i locali però, seppur non sapendo a quali animali attribuirli, non li accostarono mai all’orang pendek

Avvistamenti in Borneo

Notizie di simili creature non sembrerebbero limitate soltanto a Sumatra, ma proverrebbero anche dal Borneo. In tal senso è molto impressionante quanto riferito dal già citato John Mackinnon in un passaggio del suo libro:

Stavo viaggiando da solo lungo il bordo di una collina sul lato lontano del fiume dove non mi ero mai avventurato precedentemente... All’improvviso mi fermai completamente, stupefatto da ciò che vidi. Mi inginocchiai per esaminare un’inquietante impronta sul suolo, così simile a quella di un uomo, ma allo stesso tempo definitivamente non umana, che mi vennero i brividi e sentii un forte desiderio di tornare a casa. L’orma aveva una forma vagamente triangolare, lunga 15 cm e larga 10 cm. Le dita sembravano umane, così come la forma del tallone, ma la pianta era troppo corta e larga per essere quella di un uomo e l’alluce era sul lato opposto di quello che sembrava essere l’arco del piede. Più avanti vidi altre tracce e le esaminai. C’erano orme sia del piede destro che del sinistro... molte... erano state cancellate di recente dai maiali (5), ma alcune erano piuttosto chiare e feci dei disegni di esse annotandone la posizione. Trovai in tutto due dozzine di impronte. ..Tornai indietro... sino al fiume dove Bahat mi stava aspettando con la barca. Tornato al campo gli mostrai i disegni chiedendogli quale animale poteva lasciare simili tracce. Senza un momento di esitazione replicò ‘Batutut’, ma quando gli chiesi di descrivermelo rispose che non era un animale, ma una specie di fantasma... Mi raccontò molte storie su di una timida creatura notturna che viveva nel profondo della foresta nutrendosi di lumache di fiume che apriva utilizzando delle pietre. Il batutu, mi disse, è alto circa 120 cm, cammina eretto come un uomo e ha una lunga criniera nera... Quando gli suggerii che forse un orso poteva lasciare impronte simili fu ferito nell’orgoglio. ‘Sono troppo grandi per un orso e non hanno artigli. Inoltre le impronte dell’orso hanno una forma differente’... Mi procurai fotografie delle zampe dell’orso malese e in effetti erano troppo piccole e di forma differente per essere le responsabili delle impronte che avevo visto. Successivamente vidi calchi in gesso di impronte ancora più grandi provenienti dall’arcipelago malese, che erano visibilmente state impresse dallo stesso animale, lì conosciuto con il nome di orang pendek.
MacKinnon, 1974
Il problema dell'identità biologica

Ma se la misteriosa creatura fosse davvero più di una leggenda, di cosa potrebbe trattarsi?

Secondo il primatologo specializzato in oranghi Herman D. Rijksen, le storie sull’orang pendek sarebbero nate da incontri occasionali con degli orangutan che a suo dire potrebbero sopravvivere in piccolo numero nel centro e nel sud di Sumatra. Stando alla sua teoria apparterrebbero a una varietà a pelo scuro, anziché rossiccio, dalle abitudini più crepuscolari e più legate alla vita sul terreno, essendo così maggiormente bipedi rispetto alle popolazioni che vivono a nord di Sumatra.

Infatti secondo lo studioso, nonostante la presenza di oranghi sull’isola sia ufficialmente documentata soltanto a nord del lago Toba, esisterebbero indizi di piccole popolazioni nella parte meridionale sino a epoche recenti: i dati che antecedono il 1900 parlano di due crani provenienti dalla provincia di Jambi e dello scheletro di un esemplare ucciso presso Palembang.
Questa visione delle cose potrebbe senz’altro spiegare l’avvistamento di Oostingh, ma non esistono ancora elementi tali per supportarla in pieno. Comunque, secondo il primatologo, il calco della presunta impronta dell’orang pendek di cui abbiamo parlato poco prima, potrebbe rappresentare in realtà la mano di un orango e non il piede del mitico “piccolo uomo”.

 Questo calco di impronta misteriosa, attribuita all’orang pendek, è conservato presso il Natural History Museum di Londra

È giunto ora il momento di prendere in esame questo famoso calco, il quale, personalmente, mi sembra alquanto innaturale per quanto concerne la morfologia e sembra essere frutto di una strana sovrimpressione se non addirittura di un imbroglio appositamente realizzato. Va comunque aggiunto che non sempre il substrato su cui si posa la zampa di un animale durante la deambulazione, permette di ottenere un esatto negativo di quest’ultima, ma è comunque innegabile che il calco realizzato dal team della Martyr non sembra mostrare un piede adattato a una locomozione eretta.

La notevole somiglianza di una zampa posteriore di orso malese con un piede umano

Il reperto inoltre mostra chiaramente caratteristiche non umane: è quindi un’orma molto diversa da quelle che la Martyr disse di avere scoperto ed esaminato nel 1989. Poteva in quel caso essersi trattato di impronte di orso malese? Le zampe posteriori di quest’ultimo assomigliano in modo incredibile ai piedi di un essere umano e abbiamo già appurato di come i nativi attribuiscano all’orang pendek le orme di questo plantigrado nei casi in cui gli artigli non appaiono bene impressi nel substrato.

Eppure la Martyr assicura che queste impronte, delle quali però non esistono fotografie, presentavano il polpastrello più grosso nella parte interna del piede e non in quella esterna come tipico degli orsi.
Ancora più bizzarre, da questo punto di vista, sono le impronte segnalate da Mackinnon, nelle quali l’alluce era posizionato come nelle impronte di orso. Eppure un naturalista del suo calibro, considerando che il numero di orme rinvenute fu di almeno 24, sarebbe dovuto riuscire a notare sia l’eventuale presenza di artigli che la presenza delle impronte anteriori, che sono più corte e arrotondate rispetto a quelle posteriori. Pur non presentando nessuna fotografia di queste impronte e tralasciando i dettagli sopra elencati, Mackinnon tentava di dare la propria interpretazione zoologica a quanto da lui osservato con queste considerazioni:

Negli orsi il dito più grande si trova solitamente all’esterno del piede e la pianta di quest’ultimo è larga e triangolare. Sarebbe servito, comunque, un orso molto più grande di quello malese per produrre simili impronte. Può la foresta del sudest asiatico nascondere una specie di orso ancora sconosciuta, o dobbiamo credere ai racconti sul piccolo personaggio mangiatore di molluschi?
Mackinnon, 1974
Ipotesi inconcludenti

Una soluzione folkloristica al problema potrebbe basarsi sul fatto che le leggende riguardanti il piccolo uomo di Sumatra si fonderebbero su tre aspetti di tre diversi animali che in un modo o nell’altro hanno caratteristiche riconducibili all'essere umano: le impronte dell’orso malese, la bipedia del gibbone e l’aspetto e le dimensioni dell’orango. Questi tre animali sono presenti sia a Sumatra che in Borneo, ma se così fosse non si spiegherebbe come mai, per entrambe le isole, l’orang pendek è segnalato e conosciuto soltanto in zone circoscritte e non rappresenta una credenza universale per i nativi.

Esiste anche un’ipotesi alquanto estrema circa la possibile identità di questa creatura, cioè la possibilità, avanzata per la prima volta dal famoso primatologo Osman Hill nel 1945, che i vari “piccoli uomini” delle diverse culture dell’arcipelago indonesiano potessero essere spiegati con la sopravvivenza sino a tempi storici recenti di uomini erectus.

Sebbene inverosimile, questa ipotesi è stata "rispolverata" nel 2004, in seguito alla scoperta sull’isola di Flores di una nuova specie umana fossile, battezzata Homo floresiensis e inizialmente datati ad appena 10.000 anni fa (una successiva revisione ha spostato la datazione a 50.000 anni fa). Ebbene, gli individui di questa specie, non solo possiedono tratti in comune sia con gli erectus che con ominidi molto più antichi come i primi australopitechi, ma sono caratterizzati da un’altezza media che non supera il metro! 

Ma se ipotizzare una nuova specie di scimmia antropomorfa sconosciuta alla scienza è già di per sé un azzardo, immaginare la sopravvivenza di “uomini preistorici” in epoca moderna sfocia nell'inverosimile.

Debora Martyr, che intervistai proprio a proposito di questo, rispose con queste parole:

Se tu leggi le varie testimonianze noterai molta confusione... Inizialmente pensavo la stessa cosa (anche se la credevo una cosa improbabile)... poi ho parlato con i testimoni... e poi ne ho visto uno di persona e ho compreso una piccola parte del problema... Un ottimo informatore mi disse una volta che ‘non è un uomo, ma pensa, non è un uomo, ma cammina come un uomo, non è un animale perché può pensare’. Molti testimoni, praticamente tutti quelli che ho potuto intervistare, dopo avere visto questi animali si sono spaventati a morte perché sono assolutamente diversi da qualsiasi altra cosa... tu ne vedi uno per la prima volta e ti si rizzano i peli sul collo... Non perché si tratta di grossi e feroci uomini-scimmia o altre sciocchezze del genere, ma perché si tratta di creature che spazzano via tutti i nostri preconcetti riguardo la linea che divide l’uomo dal mondo animale e no... Non credo si tratti di anelli di congiunzione o di uomini erectus... a me non piace speculare su quello che possono essere, credo semplicemente che si tratti di ‘qualcosa di sopravvissuto’...
Martyr, comunicazione personale

Tutto il dossier rimane quindi alquanto torbido e incoerente dal punto di vista delle poche "prove" presentate (i calchi non coincidono con le descrizioni dei ritrovamenti delle impronte e gli avvistamenti diretti non sono purtroppo verificabili). L'orang pendek inoltre, sembra sfuggire a qualunque fototrappola piazzata nel suo habitat, sebbene lo stesso non può dirsi per molte diverse specie a rischio di estinzione, che con il misterioso primate condividono il territorio. 

Jeremy Holden, durante le riprese di un documentario in merito, ha dichiarato che: 

 

Vedere l'orang pendek è stata la più grande vittoria della mia carriera. Non riuscire a fotografarlo è stata la mia più grande sconfitta
Jeremy Holden, 2001 (Beast Hunter)

Non posso che nutrire simpatia e la massima stima per il suo essersi esposto in una simile dichiarazione pur sapendo che quasi nessuno gli avrebbe creduto, ma anche una mente aperta a ogni ipotesi senza preconcetti, deve per prima cosa considerare i fatti... 

 

Note

(1) Fossili risalenti al Pleistocene sono stati rinvenuti a sud della Cina, nord del Vietnam, Laos e Java. Inoltre alcuni reperti aggiuntivi provenienti dal Vietnam e le tradizioni orali della penisola malesiana, farebbero ritenere possibile la presenza di questi primati sul continente sino in epoca storica.

(2) Secondo i nativi possiede un manto a tinta unita giallo o marrone chiaro, una coda breve e peli arruffati in prossimità del collo. Nel 2004 campioni di pelo provenienti da un presunto cigau, furono analizzati presso il celebre Dipartimento di Zoologia dell’Università di Copenhagen dall’equipe del Dott. Lars Thomas e si dimostrarono “indistinguibili” da quelli del gatto dorato asiatico Catopuma (Profelis) temminckii.

(3) Nell’uomo e negli altri primati l’alluce, è posizionato all’interno della pianta del piede, mentre negli orsi il polpastrello più grande si trova all’esterno.

(4) Modalità di locomozione che sfrutta principalmente gli arti anteriori.

(5) Il cinghiale barbato del Borneo (Sus barbatus) vive a Sumatra, Borneo e Filippine.

Bibliografia

DE RIENZI, G. L. Domeny (1836), Océanie ou cinquième partie du monde: Revue géographique et ethnographique de la Malaise, de la Micronésie, de la Polynésie et de la Mélanésie. Fermin Didot Frères. Paris.
DE SANTY, H. W. (1925), Bijdragen over het voorkomen van de orang pandak op Sumatra VI. De sedapak op Sumatra. Et Koloniaal Weekblad 25(2):3-5.
MACKINNON, John (1974), In search of the Red Ape. Collins. London.
MARDSEN, William (1783), The history of Sumatra, containing an account of the government, laws, customs and manners of the native inhabitants, with a description of the natural productions and a relation of the ancient political state of that island. Payne. London.
MARTYR, Deborah (1990), An investigation of the orang-pendek, the “short man” of Sumatra. Cryptozoology, 9: 57-65.
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