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di Lorenzo Rossi, traduzione in italiano del capitolo 26 "A Review of Cryptozoology: Towards a Scientific Approach to the Study of "Hidden Animals", dal libro "Problematic Wildlife"

Introduzione

Criptozoologia è un termine che indica una branca della zoologia generalmente considerata una pseudoscienza (Simpson 1984; Prothero 2007; Dubois and Nemésio 2007; Loxton and Prothero 2013) dedita allo studio di specie animali la cui esistenza non è supportata da evidenze empiriche, ma ipotizzata attraverso informazioni indirette ed incerte come tradizioni orali, testimonianze oculari o evidenze fisiche inconclusive.

Sin dalla sua prima apparizione in letteratura (Blancou 1959), sia il termine "criptozoologia" che il suo significato sono stati al centro di accese discussioni, al punto che non ne esiste una definizione comunemente accettata e diversi autori propendono verso la propria visione personale della disciplina (Paxton 2002).

La prima persona ad utilizzare la parola criptozoologia in una pubblicazione con lo scopo di indicare una nuova sottodisciplina nello studio della biologia animale fu lo zoologo franco belga Bernard Heuvelmans (1965), universalmente conosciuto come "il padre della criptozoologia". I primi tentativi formali di definire la criptozoologia e la sua metodologia furono pubblicati solamente diversi anni più tardi, tra il 1982 e il 1988 nella rivista peer-reviewed Cryptozoology, che ebbe però una bassa diffusione.

Diversi articoli di Heuvelmans furono inoltre pubblicati su riviste non tecniche o non anglofone (e.g. Heuvelmans 1987a, b, 1997) risultando così molto poco conosciuti non soltanto alla maggior parte del mondo accademico, ma presumibilmente anche all'interno della ristretta cerchia della cosiddetta "comunità criptozoologica".

Sebbene la criptozoologia sia considerata una pseudoscienza da numerosi autori, altri, basandosi su alcuni aspetti della disciplina, non appoggiano questa interpretazione (Raynal 1989; Naish 2001; Paxton 2002; Woodley et al. 2008; Rossi 2012). Ad ogni modo questo dibattito è stato affrontato prevalentemente al di fuori della letteratura scientifica (e.g. Simpson 1984) e inoltre non tutti i critici possedevano adeguate conoscenze della materia (Conway et al. 2013).

L'obbiettivo di questo capitolo è di compiere una revisione di tutta la letteratura disponibile con lo scopo di determinare la storia, definizione e metodologia della criptozoologia secondo le idee di Heuvelmans e delle diverse critiche rivolte ad esse. Gli aspetti epistemologici della criptozoologia saranno affrontati in modo da suggerire come potrebbe essere inclusa tra le discipline scientifiche e di capire come e se la criptozoologia possa contribuire alla scoperta di nuove specie animali e alla conservazione della biodiversità.

Materiale e metodi

Revisionare la letteratura non è stato un processo facile: una grande quantità di informazioni interessanti proviene infatti da "fonti non ortodosse" (e.g. riviste non scientifiche, blog, "letteratura grigia", etc.) piuttosto che da fonti tecniche. Sebbene l'utilizzo di queste fonti è di norma fortemente sconsigliato dalle riviste scientifiche, in questo caso si è resa una scelta obbligatoria per via della natura peculiare dell'argomento trattato. Inoltre, anche critiche significative alla criptozoologia sono state pubblicate al di fuori della letteratura peer-reviewed.

Allo scopo di fornire una sintesi dello status della criptozoologia così come intesa da Heuvelmans, e per una scelta di coerenza e maggiore comprensibilità dello scritto, le fonti non appariranno sempre in ordine cronologico. Infatti gli scritti di Heuvelmans coprono un periodo di circa sessant'anni, durante i quali l'autore cambiò alcune sue vedute ed integrò nuove idee. Le critiche mosse alla criptozoologia sono state suddivise in categorie e particolare attenzione è stata posta alla loro coerenza nei confronti di quanto proposto da Heuvelmans.

Risultati

Storia, inizi e status attuale della criptozoologia

Sebbene diversi zoologi e biologi si siano occupati, in epoche precedenti, dei cosiddetti "animali misteriosi" (e.g. Oudemans 1892; Krumbiegel 1950), la nascita della moderna criptozoologia è attribuita al naturalista americano di origini scozzesi Ivan T. Sanderson (1911-1973) e allo zoologo franco belga Bernard Heuvelmans (1916-2001), che coniarono indipendentemente l'uno dall'altro il termine criptozoologia (Heuvelmans 1968).

Sanderson era diventato piuttosto famoso negli Stati Uniti grazie a una serie di programmi radio e televisivi, oltre che per diversi libri e articoli dedicati alla zoologia, ma anche ad argomenti più bizzarri quali UFO e fenomeni paranormali (Heuvelmans 1997; Conway et al. 2013). La lettura di un suo articolo che parlava della presunta sopravvivenza di dinosauri in Africa (Sanderson 1948) ispirò Heuvelmans a dedicare la vita a raccogliere informazioni su presunti animali di cui si sarebbe potuta scoprire l'esistenza (Heuvelmans 1984).

Heuvelmans affrontò questi misteri zoologi in sei libri, originariamente pubblicati soltanto in francese (Heuvelmans 1955, 1958a, 1965, 1978, 1980; Heuvelmans and Porchnev 1974), che generarono opinioni contrastanti all'interno del mondo accademico (e.g. Johnson 1959; Reed 1959; Hedgpeth 1968). In particolare due di questi volumi (Heuvelmans 1955, 1965) ebbero un grande successo commerciale e furono tradotti in svariate lingue (Heuvelmans 1958b, c, 1968) rendendo la criptozoologia conosciuta in tutto il mondo.

L'8 e 9 gennaio del 1982, da un'idea del biochimico Roy P. Mackal (1925-2013) dell'Università di Chicago e dell'agronomo J. Richard Greenwell (1942-2005) dell'Università dell'Arizona, durante un meeting avvenuto presso il Dipartimento di Zoologia Vertebrata del Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington DC (Smithsonian Institution), fu fondata la Società Internazionale di Criptozoologia (ISC).

Lo scopo della Società era quello di coinvolgere gli scienziati interessati alla criptozoologia, ma titubanti per via della sua natura controversa. Inoltre la Società promuoveva la criptozoologia come sottodisciplina della zoologia (Greenwell 1982). Per questa ragione decise di pubblicare una rivista peer-reviewed a cadenza annuale (Cryptozoology, The Interdisciplinary Journal of the International Society of Cryptozoology) e una bollettino quadrimestrale (The ISC Newletter).

Sebbene la Società e le sue pubblicazioni ricevettero una tiepida accoglienza dal mondo accademico (e.g. May 1984; Simpson 1984; Heuvelmans 1997), la rivista continuò ad essere pubblicata sino al 1998, anno in cui furono cessate le attività a causa di dispute interne e problemi finanziari.

Una delle cause principali dei dissidi nacque da come il pubblico percepiva la criptozoologia come disciplina. Infatti, come sottolineato da Arment (2004), negli anni '70 e '80 del Novecento, un nutrito numero di cosiddetti "investigatori del paranormale" iniziò a raccogliere e pubblicare numerosi rapporti riguardanti animali misteriosi la cui natura e caratteristiche apparentemente strane erano spiegate ricorrendo a ipotesi soprannaturali.

Heuvelmans (1997) propose di separare le due diverse correnti di pensiero in "criptozoologia" (la "scienza degli animali nascosti" come da lui concepita) e "cripto-zoologia" (stante a indicare una zoologia "nascosta" ed esoterica, che non aveva nulla a che vedere con animali reali in carne e ossa), ma nel corso degli anni fu quest'ultima a diventare l'interpretazione più diffusa di criptozoologia agli occhi del pubblico, specialmente grazie alla pubblicazione di libri di successo dedicati alla "zoologia soprannaturale" (e.g. Clark and Coleman 1978; Keel 1970).

D'altro canto non furono fatti molti tentativi per promuovere un approccio maggiormente scientifico e a parte il già citato Cryptozoology, soltanto altre tre riviste peer-reviewed sono state dedicate alla disciplina: The Cryptozoology Review (1996-2004), Kraken: Archives de Cryptozoologie (2008-2011) e The Journal of Cryptozoology (2012, ancora edito). Attualmente la criptozoologia gode di poco credito in ambito accademico e non è considerata una disciplina scientifica (e.g. Carroll 2003).

La criptozoologia secondo Bernard Heuvelmans

Heuvelmans (1982) coniò il termine criptozoologia usando come radice tre parole greche "Kryptos" (Kρυπτος) (nascosto), "Zoon" (Zον) (animale), e "Logòs" (Λόγος) (discorso), definendola così la "scienza degli animali nascosti".

Stando a Heuvelmans questi "animali nascosti" sono quegli animali la cui esistenza è sconosciuta alla scienza, ma non alle popolazioni locali che condividono con essi il territorio, o gli animali di cui esiste qualche conoscenza indiretta (leggende, avvistamenti, impronte, etc.) comunque insufficienti a dimostrarne l'esistenza (Heuvelmans 1982).

L'autore suddivise queste prove indirette in "prove circostanziali" e "prove testimoniali", attingendo questi termini dal gergo delle scienze forensi (Wigmore 1935). Così, in criptozoologia, un requisito fondamentale è l'esistenza di una prova indiretta riguardante una presunta specie animale, che le permette in questo modo di essere in una certa misura già "etnoconosciuta" (Greenwell 1985).

In merito agli animali studiati dalla criptozoologia, Heuvelmans preferì definirli "nascosti" piuttosto che "sconosciuti" perché la sua definzione non comprendeva soltanto potenziali taxa non ancora formalmente descritti, ma anche appartenenti a specie già conosciute e considerate estinte, la cui sopravvivenza era ignorata (Heuvelmans 1982). Successivamente estese questo concetto anche alle popolazioni di animali già conosciuti alla scienza, ma viventi in areali nei quali la loro presenza non era stata ancora ufficialmente documentata (Greenwell 1984; Heuvelmans 1988).

Il principale contributo della criptozoologia alla ricerca scientifica doveva essere quello di accelerare il completamento dell'inventario della biodiversità del pianeta, permettendo a nuove specie, potenzialmente già in pericolo di estinzione, di ricevere una protezione legale nel minor tempo possibile (Heuvelmans 1982, 1988).

Per raggiungere questo scopo il metodo criptozoologico doveva consistere, una volta scoperta un'informazione su un animale apparentemente ancora sconosciuto, nell'ottenere sul suo conto il maggior numero possibile di informazioni attingendo alle fonti più svariate, come la mitologia, il folklore, la storia e l'archeologia, raccogliere le dichiarazioni dei testimoni ed esaminare tutte le presunte prove indirette della sua esistenza (impronte, frammenti di pelle o ciuffi di pelo, fotografie e filmati...) (Heuvelmans 1988). Le informazioni raccolte dovevano poi essere attentamente vagliate e valutate in modo da escludere possibili scherzi, specie già descritte o una spiegazione non zoologica del fenomeno. Superata questa fase andava stilato una sorta di identikit dell'animale in questione per cercare di inserirlo con la maggiore precisione possibile nella sua corretta collocazione tassonomica, in modo tale da aumentare le possibilità di scoprirlo in natura e di descriverlo formalmente (Heuvelmans 1982, 1988).

In accordo con Heuvelmans (1984), la necessità della criptozoologia era dimostrata dal fatto che, nella storia delle scoperte zoologiche, molti animali (anche di grandi dimensioni) avrebbero potuto essere scoperti prima se al loro studio fosse stato applicato un approccio di questo tipo.

Ad esempio il panda gigante (Ailuropoda melanoleuca), ufficialmente scoperto nel 1890, era descritto con il nome di bei-shung (orso bianco) in manoscritti cinesi risalenti al 621 d.C. (Morris e Morris 1966), e il celacanto africano (Latimeria chalumnae), ufficialmente scoperto nel 1938, era già ben conosciuto con il nome di kombessa dai nativi delle Isole Comore (Smith 1953, 1956).

Nello spoglio delle fonti, Heuvelmans sottolineava la grande importanza di miti e leggende, perché solitamente gli animali più rari o poco conosciuti tendono ad essere mitificati e ad essere in questo modo facilmente trasformati dalle tradizioni scritte e orali in qualcosa di molto diverso dal loro status zoologico originario (Heuvelmans 1987b, 1990).

Ad esempio alcuni trattati naturalistici cinesi del del II secolo d.C. descrivono il fen-chu, un gigantesco roditore villoso pesante 600 kg e armato di due enormi denti a forma di piccone abitante l'area a nord della Cina (Siberia). Questa bestia leggendaria fu in seguito identificata nel mammut (Mammuthus primigenius), il cui occasionale ritrovamento di cadaveri ottimamente conservati nel permafrost da parte delle popolazioni locali che intrattenevano rapporti commerciali con la Cina, era alla base di queste leggende (Heuvelmans 2007).

Un altro animale misterioso del folkolore cinese, il , descritto come un incrocio tra un orso, un elefante e un rinoceronte. Si rivelò poi essere un'estrema mitificazione del tapiro indiano (Tapirus indicus), scoperto dagli scienziati nel 1816 (Heuvelmans 2007).

Alti gradi di mitificazione possono indurre gli zoologi a ritenere talune testimonianze soltanto delle leggende senza fondamento e il compito della criptozoologia doveva anche essere quello di demitificare il contenuto delle informazioni elaborando corrette teorie scientifiche (Heuvelmans 1982). L'autore indicava inoltre come obiettivo a lungo termine della criptozoologia la possibilità di descrivere scientificamente una specie animale prima ancora che ne venisse catturato un esemplare, senza quindi la necessità di depositare un olotipo sottoforma di cadavere. In tal senso auspicava che la Commissione Internazionale di Nomenclatura Zoologica accettasse l'istituzione di un sistema di nomenclatura separato, alla stregua di quello definito 'parataxa' e proposto in paleontologia da Moore and Sylvester-Bradley (1957) per la classificazione delle tracce fossili difficilmente attribuibili a una specie o genere ben precisi. Una volta che una specie animale descritta in tal modo fosse stata scoperta, il suo status sarebbe passato da quello criptozoologico a quello zoologico (Heuvelmans 1982, 1984, 1997).

Critiche

Gli animali studiati dalla criptozoologia non sono scientificamente plausibili

Uno dei primi problemi sui quali i membri dell'appena fondata ISC si trovarono a discutere fu l'utilizzo di un termine tecnico specifico che potesse sostituire il vago e spesso decontestualizzato "animali nascosti" o il troppo sensazionalistico e decisamente inadeguato "mostri" (Greenwell 1983). Wall (1983) propose così di adottare la parola "criptide", attualmente ancora universalmente utilizzata nell'ambito della criptozoologia.

Una prima stesura sistematica di una checklist di criptidi (senza però utilizzare questo termine e riferendosi a "apparently unknown animals with which cryptozoology is concerned"), fu stilata da Heuvelmans (1986). In essa, per un totale di n = 138, comparivano tutte le presunte forme animali da lui trattate all'interno dei suoi libri e altre di cui era venuto a conoscenza attraverso testi, articoli di giornale, comunicazioni personali e ricerche sul campo in oltre 35 anni di attività.

Una delle maggiori critiche posta nei riguardi della checklist fu l'enfasi della criptozoologia verso la ricerca degli animali di grandi dimensioni a scapito di quelli piccoli, cosa considerata poco sensata essendo in natura i primi in grande minoranza rispetto ai secondi (Van Valen 1983). Groves (1984) e Simpson (1984) criticarono il fatto che la checklist comprendesse soprattutto mammiferi terrestri di grandi dimensioni, giudicando la probabilità di scoprire nuove specie di grossi mammiferi poco verosimile.

Successivamente Loxton e Prothero (2013), sottolinearono come sebbene qualunque ricerca di animali dall'esistenza non confermata dovrebbe per definizione rientrare nel dominio della criptozoologia, quest'ultima sembra, in accordo con la checklist proposta e con diverse pubblicazioni di autori considerati "autorità" nel campo della disciplina (e.g. Krantz 1999; Mackal 1976, 1980, 1987), concentrarsi esclusivamente su creature biologicamente poco credibili come il Bigfoot, lo Yeti, il Mostro di Loch Ness (Nessie), Mokele Mbembe, etc. (Loxton e Prothero 2013).

Un altro problema riguardante gli animali oggetto della criptozoologia è considerato il loro presunto areale di distribuzione: secondo i critici è infatti auspicabile che nuove future scoperte zoologiche debbano provenire da zone della terra poco visitate (o dalle collezioni dei musei), mentre alcuni dei criptidi più famosi vivrebbero in aree in cui la presenza umana è molto alta e dunque se esistessero realmente sarebbero stati scoperti già da tempo (Groves 1984, Loxton e Prothero 2013).

Inapplicabilità della nomenclatura critpozoologica

La possibilità di descrivere una specie esclusivamente su base teorica fu criticata da van Valen (1983) perché l'olotipo, come sostiene questo autore, rappresenta l'unico dato oggettivo per dimostrare la realtà di un organismo, e da Happel (1983) che considerava la possibilità di descrivere una specie prima della sua effettiva scoperta assolutamente ininfluente per gli scopi della criptozoologia.

Secondo Pauwels e Chérot (1997) la criptozoologia nasce da un equivoco dovuto al fatto che Heuvelmans riteneva che il Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica imponesse l'obbligo di depositare il cadavere o almeno un resto di un animale per renderne possibile la descrizione, mentre in realtà non esistono regole molto chiare in tal senso (e.g. Wakeham-Dawson et al. 2002; Polaszek et al. 2005; Donegan 2008).

Dubois e Nemesio (2007) sottolineano il fatto che sebbene il Codice non imponga l'obbligo tassativo di depositare olotipi rappresentati da cadaveri della specie in questione (onomatofori), esclude però categoricamente dal proprio dominio i cosiddetti "concetti ipotetici", cioè tutti quegli animali che non esistono o sono esistiti in natura, "but only in the mind of the author whether a prediction or not".

I due autori considerano i criptidi un esempio calzante di "concetti ipotetici", aggiungendo che se la deposizione di un olotipo sotto forma di onomatofori, fosse una regola chiara del Codice, nomi latini proposti solo attraverso testimonianze oculari, descrizioni, impronte sul terreno o fotografie, cesserebbero di rappresentare un problema filosofico circa la loro validità.

Altri aspetti pseudoscientifici

Secondo Loxton and Prothero (2013) la criptozoologia va considerata come una pseudoscienza perché promuove affermazioni che sembrano scientifiche, ma non sono guidate dal metodo scientifico della verifica e della falsificazione delle ipotesi. Inoltre i criptozoologi, quando le evidenze sono fortemente contro di loro, non abbandonano le proprie idee, facendo invece ricorso a ipotesi ad hoc pur di non ammettere di essere in errore o considerare altre possibilità. Conway et al. (2013) sottolineano come la maggior parte delle ipotesi e valutazioni criptozoologiche sia stata pubblicata su riviste non tecniche, senza subire così nessun processo di revisione paritaria, e che non sono mai emerse prove convincenti sull'esistenza dei criptidi più famosi. Inoltre criticano l'approcio troppo "letterale" (literalist interpretations) utilizzato dai criptozoologi nei riguardi dei criptidi conosciuti prevalentemente attraverso il folklore (vedi mostri lacustri, dinosauri africani, etc.).

In molti casi infatti il ricorso all'interdisciplinarietà sembra essere utilizzato esclusivamente per avvalorare interpretazioni zoologiche di un fenomeno trascurando tutte le altre possibili cause (Merger and Gagnon 1988). Anche Groves (1984) abbraccia questa visione suggerendo che la criptozoologia dovrebbe prima di tutto chiedersi se un criptide esiste realmente, piuttosto che iniziare dal domandarsi quale animale potrebbe essere all'origine di una data leggenda.

Un'altra critica condivisa da più autori è il fatto che la criptozoologia fa un largo uso delle testimonianze oculari, che per la loro natura inaffidabile non possono essere considerate alla stregua di dati (Loxton e Prothero 2013; Shermer 1997, 2003).

Secondo Mckinney (2013) la ricerca di nuove specie animali ricade già negli obiettivi della zoologia ordinaria, non richiedendo la necessità di istituire una scienza separata. La criptozoologia non può essere classificata come disciplina scientifica perché non affronta nessun problema che non sia già affrontato da altre discipline riconosciute; essa è quindi non necessaria e per questo ascrivibile all'ambito delle pseudoscienze. Anche Loxton e Prothero (2013) sottolineano come la scoperta di specie quali il celacanto, l'okapi (Okapia johnstoni), il varano di komodo (Varanus komodoensis) etc., utilizzate dai criptozoologi come esempio della validità della loro disciplina, non hanno alcun valore in tal senso, perché ricadono già nel reame della zoologia ordinaria.

Infine, secondo Naish (2007), la sovrapposizione tra criptozoologia e zoologia è talmente estesa che viene da chiedersi se in effetti la prima esista davvero. 

Discussione

Gli animali studiati dalla criptozoologia non scono scientificamente plausibili

Secondo Paxton (2011), sebbene la comunità zoologica non utilizzi il termine "criptide", questo non significa necessariamente che, previa una sua definizione formale, questo non possa essere utilizzato.

Quanto auspicato appare però come un problema di non semplice soluzione. Stando a B. Heuvelmans, se un animale appartiene a una specie potenzialmente sconosciuta, o a una forma ritenuta estinta, ma sopravvissuta, o a una specie già conosciuta, ma potenzialmente presente in un'area nella quale non è stata ancora ufficialmente documentata, e su di esso esistono prove indirette, questo animale rientra nel campo di studio della criptozoologia e può quindi essere ritenuto un criptide. D'altro canto la critica mossa da Loxton e Prothero (2013) è sostanzialmente corretta: la criptozoologia pone enorme enfasi su creature la cui biologia ed etologia contrasta fortemente con le attuali cognizioni scientifiche e sulla cui esistenza non esistono prove di alcun tipo.

Se si prendono in esame i 119 tra paper e indagini sul campo pubblicati nei 13 volumi di 'Cryptozoology', i contenuti possono essere così suddivisi:

12 manoscritti riguardanti definizioni tecniche e proposte sulla criptozoologia
39 riguardanti i cosiddetti "ominidi relitti" (Bigfoot, Yeti, Yowie, etc.)
32 riguardanti mostri lacustri (Nessie, Champ, etc.), e mostri marini ('Caddy' e piovre giganti)
7 dedicati alla possibile sopravvivenza di specie ritenute estinte (3 dei quali riguardanti il Mokele Mbembe, un presunto dinosauro sauropode dell'Africa centrale)
16 riguardanti l'esistenza di potenziali nuove specie da scoprire
4 riguardanti animali potenzialmente presenti in nuovi areali
6 riguardanti il folklore e l'etnozoologia
3 riguardanti argomenti non necessariamente strettamente riconducibili alla criptozoologia, come la possibile clonazione di specie estinte partendo dal loro DNA.

E' senz'altro assolutamente impensabile che la criptozoologia possa essere accettata come una scienza riconosciuta se l'oggetto dei suoi studi continuerà ad essere la ricerca di creature surreali e biologicamente improbabili, ma paradossalmente, se la letteratura criptozoologica sembra essere infarcita esclusivamente di creature bizzare, non è perché un valido metodo per distinguere tra possibile e surreale non sia stato indicato, ma perché a mio avviso, questo metodo è stato messo in pratica molto di rado, paradossalmente anche da chi ne fu l'ideatore:

Heuvelmans (1987a) sottolinea infatti come non sia sufficiente che una forma animale non ancora catalogata sia stata descritta da un viaggiatore o da un indigeno per attirare l'attenzione di un criptozoologo. Affinché questo avvenga la descrizione dell'animale in questione deve possedere una "certa verità implicita" ed "essere coerente con le conoscenze scientifiche più avanzate del nostro tempo".

La corretta applicazione di questo metodo di valutazione permetterebbe quindi di escludere dal dominio della criptozoologia criptidi quali bigfoot, mostri lacustri e dinosauri sopravissuti. Per quanto concerne le critiche alla maggioranza di criptidi di grande taglia rispetto a quelli di piccola taglia, Heuvelmans non considerava le dimensioni un elemento discriminante, ma dato che la criptozoologia si basa prevalentemente su testimonianze oculari e tradizioni locali, è di norma necessario che quest'ultimi possiedano una taglia minima affinché sia perlomeno possibile osservarli (Heuvelmans 1983).

Episodi di specie di piccola taglia già etnoconosciute prima della loro scoperta ufficiale dimostrano comunque che la ricerca testimoniale e indiziaria di nuove specie non necessita esclusivamente di animali di grandi dimensioni per trovare un'applicazione.

Ad esempio la scoperta da parte dello zoologo Marcus van Roosmalen e collaboratori, di ben cinque diverse specie di scimmie del Nuovo Mondo (Callibella humilis, Callithrix manicorensis, Callithrix acariensis, Callicebus bernhardi, Callicebus stephennashi) il cui peso oscilla in un range che va dai 150 ai 1200 g, avvenne grazie alle indicazioni dei nativi, che avevano spiegato come in aree differenti scimmie apparentemente simili possedevano una colorazione diversa (Van Roosmalen et al. 1998, 2000, 2002, 2003).

 

Infine anche se la scoperta di animali di grandi e medie dimensioni è statisticamente meno probabile rispetto a quelle di animali di taglia minore, limitandoci alle forme terrestri più recenti, nel 2010 fu descritto il varano bitatawa (Varanus bitatawa), che raggiunge i 2 metri di lunghezza e nel 2013 il tapiro di pianura (Tapirus kobomani), che raggiunge i 110 kg di peso (Welton et al. 2010; Cozzuol et al. 2013). Va fatto inoltre notare che il taxon in questione era stato precedentemente descritto da van Roosmalen (van Roosmalen e van Hoft 2013; van Roosmalen 2014) con il nome di Tapirus pygmaeus e da lui scoperto grazie alle indicazioni dei nativi.

Inapplicabilità della nomenclatura criptozoologica

Se da un lato il Codice non è chiaro sulla necessità imperativa di depositare un esemplare morto o un resto come olotipo per assegnare un nome ad una specie (Donegan 2008), di norma i tentativi di descrivere specie criptozoologiche si sono rivelati alquanto sfortunati (Dubois and Nemésio 2007).

Casi emblematici sono la descrizione del 'mostro di Loch Ness' da parte di Scott e Rines (1975), basata su presunte fotografie subacqueee di appendici simili a pinne che in seguito si rivelarono essere state fortemente manipolate (Binns 1983, Campbell 1996, Shine 2006) e del famoso 'Minnesota Iceman', un presunto cadavere di ominide sconosciuto rinchiuso in un blocco di ghiaccio esibito nelle fiere degli Stati Uniti e giudicato autentico da Heuvelmans (1969) che lo descrisse con il nome di Homo pongoides attraverso un esame visivo e fotografico, risultato poi essere, a molti anni di distanza, un manichino magistralmente realizzato (West 2011).

Ma il caso più emblematico nel dimostrare i rischi insiti nella descrizione di un criptide basandosi soltanto su fotografie e prove testimoniali è probabilmente rappresentato dal cosiddetto 'Cadborosauro', il presunto serpente marino delle coste della Columbia Britannica.

Riferendosi principalmente ad alcune vecchie fotografie di una carcassa apparentemente insolita trovata nel 1937 nello stomaco di un capodoglio, LeBlond e Bousfield (1995) e Bousfield e LeBlond (1995) descrissero il Cadborosaurus willsi, classificandolo come una forma contemporanea di plesiosauro sauropterigio. Successivamente Saggese (2009), basandosi sulle medesime fotografie e sui medesimi avvistamenti da parte di presunti testimoni, propose per un'attribuzione chiamante in causa un sirenio altamente specializzato discendente della ritina di Steller (Hydrodamalis gigas) che battezzò Cadborotherium willsi.

Tralasciando per il momento il metodo prettamente pseudoscientifico con il quale questi autori hanno tentato di descrivere il presunto animale in questione (questo tema sarà affrontato nella sezione successiva), ciò che risulta palese è che se partendo dagli stessi "dati" sono state descritte due entità tassonomiche appartenenti non soltanto a specie e generi diversi, ma addirittura a classi separate, significa che le prove in questione sono ambigue e non sufficienti per potere essere utilizzate in una descrizione scientifica degna di questo nome.

Donegan (2008) cita numerosi casi di specie descritte senza la deposizione di onomatofori, ma il valore delle prove indirette utilizzate per queste descrizioni (fotografie chiare e segnalazioni di scienziati sul campo) non è paragonabile a quello delle prove utilizzate per la descrizione della maggior parte degli animali legati alla criptozoologia (immagini sfocate, video confusi, descrizioni incoerenti da parte di presunti testimoni, etc).

La necessità di regole del Codice più chiare per la descrizione di una nuova specie è un dibattito che esula dallo scopo di questo contributo, ma allo stato attuale dei fatti, se esistono prove sufficienti per la descrizione di una specie, questa può essere descritta anche senza un cadavere e un sistema di nomenclatura criptozoologica "parallela" aggiungerebbe soltanto ulteriore confusione e risulterebbe privo di qualunque criterio di scientificità.

Woodley (2011) propone di introdurre per la criptozoologia un sistema di classificazione indipendente basato sul concetto di aequivotaxa (dal latino 'aequivocus', equivoco, incerto), dove possano essere inseriti i 'concetti ipotetitici' sulla base di determinati requisiti.

Tra questi la necessità:

i) che l''aequivotaxon' sia supportato da un olotipo sotto forma di almeno una descrizione dettagliata, una raffigurazione, fotografie, registrazioni audio, o campioni biologici incerti

ii) che la descrizione dell''aequivotaxon' non contenga tentativi di dedurne le affinità biologiche

iii) che il nome proposto sia distinto da quello utilizzato per battezzare la specie nel caso di effettiva futura scoperta del criptide in questione

Stando a Woodley (2011) la fondazione di una "International Commission on Aequivological Nomenclature" rappresenterebbe il più importante passo verso l'accettazione della criptozoologia come disciplina formale, ma personalmente ritengo che l'applicazione rigorosa del metodo scientifico, atto a evitare a monte l'isituzione di 'concetti ipotetici', sarebbe un passo ancora più fondamentale per l'immagine della criptozoologia e dunque sostengo l'inaccettabilità dovuta alla non necessarietà, della proposta avanzata da Woodley.

È infatti mia opinione che per quanto elegante e molto ben congeniata, una simile classificazione non sarebbe utilizzata dagli zoologi professionisti e relegherebbe ancora di più la criptozoologia in una sfera di ricerca avulsa dalle scienze biologiche riconosciute.

La mia proposta per un metodo che possa permettere una serie indagine sui criptidi senza la necessità di doverli descrivere "scientificamente" in modo prematuro, consiste in una evoluzione del metodo della checklist introdotto da Heuvelmans (1986). Rispettando i canoni del buon senso e delle più moderne conoscenze scientifiche, lo scopo di questa checklist dovrebbe essere quello di escludere specie surreali come 'anaconda di 30 m di lunghezza' , 'plesiosauri lacustri', etc. e di raggruppare in modo coerente e sistematico le segnalazioni di potenziali nuovi taxa e di avvistamenti di specie ritenute estinte, raccolte da zoologi e biologi da campo durante le loro ricerche.

Tali segnalazioni rischiano infatti di non essere diffuse capillarmente in quanto di norma le riviste tecniche di zoologia non sono interessate alla pubblicazione di materiale esclusivamente teorico che non presenta risultati. Questa checklist, pubblicata a cadenza periodica su un organo ufficialmente preposto allo scopo, potrebbe rivelarsi di grande aiuto per la salvaguardia della biodiversità, in quanto uno zoologo che dovesse trovarsi in un'area nella quale è stata segnalata una potenziale nuova specie, potrebbe essere agevolato nello scoprirla, nel caso in cui l'animale in questione dovesse esistere davvero. D'altro canto potrebbe anche scoprire che la nuova specie segnalata nasce di fatto da un equivoco, trattandosi di una specie già nota o di un errore dei testimoni, permettendo così di eliminare il criptide in questione dalla checklist e indirizzare sé stesso e i suoi colleghi verso ricerche potenzialmente più fruttuose.

Conferire uno status di ufficialità a questa checklist permetterebbe inoltre di evitare problemi di natura etica, come nel caso della descrizione del tapiro di pianura, incentivando la prassi a non escludere da una descrizione formale i contributi di chi per primo ha segnalato e raccolto prove sull'esistenza di un nuovo taxon.

Altri aspetti pseudoscientifici

La critica rivolta alla pseudoscientificità delle teorie criptozoologiche non è certamente infondata. Il ricorso all'uso di ipotesi ad hoc e alla manipolazione dei dati prendendo in considerazione soltanto gli elementi favorevoli ed ignorando quelli contrari alla propria teoria è purtroppo una pratica consolidata in questa disciplina.

Un esempio emblematico è la descrizione di nove diverse tipologie di grandi animali marini sconosciuti, in base all'analisi di presunti avvistamenti (Heuvelmans 1965). Secondo il padre della criptozoologia questa analisi era stata condotta con tutti i crismi della scientificità e gli aveva permesso di scoprire come le segnalazioni apparentemente scollegate tra loro e confuse dei cosiddetti 'serpenti di mare' celavano in realtà un quadro coerente e logico, in quanto l'identikit delle creature avvistate si rivelava strettamente correlato al loro areale di avvistamento.

Stando a Heuvelmans (1965) i nove tipi di serpenti di mare occupavano aree e nicchie ecologiche differenti, risultando così biologicamente credibili. Un esame critico di Magin (1996) mise però in luce il fatto che numerosi avvistamenti giudicati attendibili da B. Heuvelmans erano in realtà dei falsi conclamati e che quest'ultimo aveva pilotato i dati affinché collimassero con le propria ipotesi di lavoro.

In questo modo, per es. partendo dal presupposto che una data area dell'oceano era abitata da serpenti di mare dal lungo collo, qualunque avvistamento proveniente da quell'area veniva inserito nella categoria "lungo collo" anche se nelle descrizioni il collo dell'animale non era descritto o descritto come non lungo (e.g. Heuvelmans 1968, pp. 360, 412, 580-582).

Un altro esempio calzante è dato dalle già citate descrizioni "formali" del Cadborosaurus. Infatti, nonostante i testimoni abbiano spesso descritto una sorta di criniera correre lungo il collo dell'animale, Bousfiled e LeBlond (1995) non sono inclini ad includere questa caratteristica nella loro descrizione della creatura. D'altro canto Saggese (2009), include la criniera, ma preferisce ignorare le molte segnalazioni che parlano di escrescenze cornee sulla testa dell'animale, giudicandole come male interpretazioni e sviste. Sia Bousfiled e LeBlond (1995) che Saggese (2009) sembrano dunque propensi ad escludere i tratti morfologici che male si adatterebbero alle loro ipotesi tassonomiche circa la natura del presunto criptide (una criniera per un plesiosauro ed escrescenze cornee per un sirenio).

Ma il fatto che diverse affermazioni della criptozoologia siano ascientifiche, non implica necessariamente che lo sia anche il suo metodo (Paxton 2002). A mio giudizio le basi sulle quali si fonda la disciplina sono infatti empiricamente dimostrabili:

1) l'inventario della fauna del Pianeta è ancora incompleto. Non soltanto ogni anno continuano a venire scoperte nuove specie animali, ma vengono anche utilizzati modelli matematici per stimare il numero di potenziali specie ancora da scoprire (e.g. Giam et al. 2011).

2) è possibile scoprire nuove specie precedentemente conosciute soltanto attraverso prove circostanziale e testimoniali, soprattutto da parte delle popolazioni locali (Sheil and Lawrance 2004; Cozzuol et al. 2013).

3) specie ritenute estinte possono essere sopravissute e venire riscoperte, Scheffers et al. (2011) ne elencano 351 negli ultimi 122 anni.

4) indagare sulle prove circostanziali può velocizzare il processo di scoperta e descrizione di specie potenzialmente nuove alla scienza (Rossi 2012), come dimostrato dalle scoperte di primati da parte di van Roosmalen et al. (1998, 2000, 2002).

5) alcuni animali reali possono essere mitificati sino a dare origine a racconti inverosimili. Ad esempio, investigando bizzarre leggende su di una scimmia che starnutiva nei giorni di pioggia per via delle gocce d'acqua che le entravano nel naso, Geissmann et al. (2010) scoprirono e descrissero una nuova specie del genere Rhinopithecus (R. strykeri) in Myanmar.

Per quanto riguarda invece le critiche mosse alle testimonianze oculari, se da un lato è vero che queste ultime possono rivelarsi inaffidabili e rappresentano la maggior parte delle prove portate a favore dai fautori di pseudoscienze quali ad esempio la parapsicologia, l'ufologia e diverse pratiche di "medicina alternartiva" (Polidoro 2006; Wiseman 2011), molti fenomeni naturali rari sono stati inizialmente documentati soltanto attraverso avvistamenti (Paxton 2009).

La zoologia tradizionale fa ampio utilizzo delle testimonianze oculari sia per stimare l'estinzione di una specie (e.g. Hume et al. 2004; Black et al. 2014), che la sua persistenza (e.g. Boyd and Stanfield 1998), sia per segnalarne di nuove non ancora formalmente descritte (e.g. Pitman et al. 1987). Il problema principale consiste nel trattamento dei dati, che al contrario di quanto accade per la letteratura zoologica sopra citata, in quella criptozoologica non subisce di norma alcun processo di controllo e referaggio.

Eppure al contrario di quanto si potrebbe pensare, le riviste peer-reviewed non disdegnano a priori articoli dai contenuti criptozoologici se questi ultimi sono presentati con tutti i criteri tipici di una pubblicazione scientifica (Paxton 2011).

Probabilmente la criptozoologia inizierà ad essere considerata più seriamente dal mondo accademico quando i criptozoologi inizieranno a seguire con maggiore costanza il metodo scientifico. Ma se è necessario che la criptozoologia si liberi da quelli che per la percezione pubblica sono considerati i suoi "animali simbolo" (bigfoot, mostri lacustri, dinosauri sopravvissuti, etc.) per essere inserita di diritto nel reame della scienza, bisogna infine domandarsi se escludendo questo tipo di creature essa non possa essere considerata ridondante nei confronti della zoologia.

Stando a McKinney (2013) 'ogni animale' attualmente conosciuto alla scienza era precedentemente conosciuto solo attraverso descrizioni imprecise, ma questo non implica affatto che l'intera storia delle scoperte zoologiche rientri nella criptozoologia. È anche interessante notare che secondo Heuvelmans (1984) almeno sino alla fine del XVIII secolo, la zoologia non aveva avuto alcun bisogno di una criptozoologia, in quanto la ricerca sistematica di specie dall'esistenza incerta era una prassi per i naturalisti dell'epoca.

Eppure, a rigor di logica, non esiste nessun vincolo che impedirebbe l'istituzione della criptozoologia come scienza in quanto da ritenersi ridondante rispetto alla zoologia. Innanzitutto, ciò che McKinney (2013) sembra ignorare è che non può essere considerato esatto che 'ogni animale' fosse già etnoconosciuto prima della sua scoperta e descrizione ufficiale. L'indagine mirata sull'esistenza di una specie è infatti soltanto uno dei metodi a disposizione della zoologia per la raccolta di campioni.

Ad esempio uno di quelli più utilizzati dalla ricerca sul campo è di norma l'utilizzo di transetti e trappolamenti random in una determinata area (Arment 2004). Inoltre una nuova specie può essere scoperta anche in modo totalmente fortuito e inaspettato, come nel caso del megamouth (Megachasma pelagios) catturato in modo del tutto accidentale al largo delle Hawaii nel 1976 (Taylor et al. 1983).

È quindi assolutamente possibile che uno zoologo possa trovarsi dinnanzi a una nuova specie precedentemente non etnoconosciuta e sulla quale non esisteva alcun tipo di informazione antecedente la sua scoperta ufficiale. Arment (2004) definisce la criptozoologia come una "metodologia mirata per le scoperte zoologiche", ma anche in questo caso si potrebbe essere portati a chiedersi in cosa questo metodo si discosti da ciò che rientra già nella zoologia.

Il problema però non si pone se si considera la criptozoologia come una branca, o sottodisciplina, o specializzazione, della zoologia. Ad esempio anche discipline riconosciute come la mammologia, l'ittiologia o l'erpetologia, non affrontano nessun problema che non sia già affrontato dalla zoologia, eppure nessuno si sognerebbe di definirle pseudoscienze. Le suddette discipline possono essere infatti considerate come specializzazioni della zoologia, che a loro volta possono suddividersi in ulteriori sotto-specializzazioni (la primatologia e la cetologia rientrano ad esempio nella mammologia, l'ofidiologia nell'erpetologia, etc.).

In realtà se la metodologia alla base di una disciplina è scientificamente corretta, la sua accettazione come materia scientifica avviene fondamentalmente per pura convenzione. Ad esempio la batracologia (la scienza che studia gli anfibi) fu proposta come disciplina distinta soltanto negli anni '80 del Novecento, ma questo non significa che prima di questa data la zoologia non si fosse mai occupata degli anfibi. Questi ultimi erano inseriti all'interno dell'erpetologia per mera tradizione storica, ma nel 1982 un gruppo di zoologi francesi fondò a Parigi la prima società batracologica al mondo e pubblicò il primo journal (Alytes) interamente dedicato alla neo disciplina.

Mammologia, ornitologia, ittiologia e batracologia sono specializzazioni della zoologia che si basano su un preciso status tassonomico dei taxa oggetto del loro studio, mentre la paleontologia, studiando le tracce degli organismi estinti, si basa su un loro status temporale. Nulla vieterebbe quindi di basare la criptozoologia sullo status conoscitivo dei taxa e di considerarla come la branca della zoologia specializzata nello studio e nella ricerca mirata delle specie la cui possibile esistenza si fonda inizialmente soltanto su prove testimoniali e circostanziali.

A mio avviso l'unico modo per raggiungere questo traguardo sarebbe la fondazione, da parte di zoologi con una percezione condivisa di questo concetto di "criptozoologia scientifica", di una nuova Società e della pubblicazione di un nuovo Journal dedicato alle tematiche precedentemente esposte. Con il tempo un simile scenario impedirebbe a chiunque si interessi di "animali misteriosi" di essere etichettati come "criptozoologi", permettendo a questa disciplina di risolvere gli spesso imbarazzanti "problemi di immagine" che l'affliggono dal giorno della sua nascita.

Infatti molte informazioni estremamente interessanti raccolte da zoologi professionisti rischiano di restare nell'oblio per la paura di essere accostate ad una disciplina pseudoscientifica. Ad esempio in un loro articolo dedicato alla possibile sopravvivenza in epoca recente dell'ippopotamo pigmeo e di lemuri giganti in Madagascar, dedotta dalla descrizione da parte dei nativi di strani animali chiamati rispettivamente 'Kilopilopitsofy' e 'Kidoky', Burney e Ramilisonina (1999) riportano di essere stati titubanti nel decidere di pubblicare il loro lavoro per paura che venisse accostato alla criptozoologia.

Ringraziamenti

Per il loro inestimabile aiuto ringrazio: Francesco Maria Angelici e Matt Bille per i loro consigli, Marco Signore e Mauro Cella per i suggerimenti e traduzioni, Dario Marcello Soldan, Charles Paxton e Ulrich Magin per avermi fornito articoli indispensabili. Ringrazio i due anonimi revisori per la loro approfondita lettura del manoscritto e le correzioni e miglioramenti proposti.

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