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Il gorilla pigmeo

I tre esemplari di gorilla del Museo di Francoforte che Elliot descrisse con il nuovo genere Pseudogorilla
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Il gorilla pigmeo

la storia di una "nuova specie" descritta per errore
di Lorenzo Rossi - Lun, 31/07/2017 - 08:55Qui si parla di
I tre esemplari di gorilla del Museo di Francoforte che Elliot descrisse con il nuovo genere Pseudogorilla

E' cosa nota come nella maggior parte dei casi, le spedizioni partite alla ricerca di animali misteriosi o apparentemente fuori dall’ordinario sono ritornate a mani vuote. Le cause di un fallimento possono essere senza dubbio molteplici, ma per quanto riguarda la storia che andremo a raccontare, si cercò un animale che non esiste e come se non bastasse, lo si cercò nella località sbagliata...  

La mappa dell'area in cui Raper prese parte a una delle spedizioni più sconclusionate nella storia della criptozoologia

Nel 1945 Alan B. Raper pubblicò il rapporto di una spedizione cui aveva preso parte, sulle tracce di una grande scimmia antropomorfa, il Gorilla manyema, che sarebbe vissuta a nord del lago Tanganika. A detta del ricercatore, dell’elusivo animale in questione, probabilmente lo stesso a cui Livingstone si era riferito in passato con il nome di soko, esistevano soltanto alcuni individui imbalsamati custoditi presso il Museo di Francoforte.

Raper e il suo gruppo non riuscirono però a ottenere nessun tipo di informazione sul misterioso primate, e studiando a fondo tutto il materiale disponibile a riguardo, non sarà difficile comprenderne il motivo. 

Una classificazione problematica

Nel 1877 gli zoologi E. Alix e A. Bouvier, entrarono in possesso di un esemplare di femmina anziana di gorilla in prossimità del villaggio del re Mayéma (Gabon). Il soggetto appariva più piccolo del noto gorilla del Gabon (Gorilla gorilla) e sembrava possedere nei confronti di quest’ultimo differenze nella conformazione del cranio, clavicole più corte, una muscolatura meno sviluppata e lunghi peli sulla schiena. I due studiosi decisero così di descriverlo con il nome di Gorilla mayéma.

Qualche tempo dopo, nel 1883, Lucien Famerlart si accorse di notevoli incongruenze relative alla provenienza del campione. I documenti riportavano infatti la dicitura "Congo, Landana, sponde del Kouilou 4°35'S, presso il  villaggio del re Mayema" . Il problema di fondo è che Landana non è né ora, né lo è stato in passato, ubicata in Congo, né in prossimità del fiume Kouilou. Famelart corresse (?) così la località di provenienza della specie con Conde (Angola centrale), aggiungendo persino di essere in possesso di un giovane esemplare vivente.

Successivamente, nel 1885, Robert Hartmann fornì ulteriori considerazione in merito a questa presunta nuova specie. A suo modo di vedere le piccole mani e gli arti sottili del campione potevano indicare un giovane piuttosto che un anziano. Inoltre le restanti caratteristiche morfologiche descritte da Alix e Bouvier erano in realtà alquanto variabili, sia a livello sessuale che individuale. Ad esempio nei gorilla i peli lungo la schiena sono a volte presenti e a volte no. La sua conclusione, quindi, era che non sembravano sussistere elementi sufficienti per l’istituzione di una nuova specie.

A complicare ulteriormente le cose provvide Walter Rothschild nel 1905, con la pubblicazione di una nota nella quale riteneva che il gorilla di Alix e Bouvier in realtà non fosse altro che uno scimpanzé, ma commettendo il tragicomico errore di citarlo come Gorilla manyema, anziché come Gorilla mayéma. Manyema era infatti un distretto dell’allora Congo Belga (oggi Zaire), a est del Lualaba River. Così destino volle che da quel momento in poi, questa svista venisse interpretata come uno spostamento dell’areale del misterioso “gorilla pigmeo” dal Gabon allo Zaire dell’est.

Infine, come se non bastasse, Daniel Giraud Elliot, nel terzo e ultimo volume della sua monumentale monografia sui primati pubblicato nel 1914, riuscì nella quasi impossibile impresa di peggiorare ulteriormente la situazione:
avendo cercato inutilmente l’olotipo del Gorilla mayéma senza risultati (fu smarrito dal Museo di Scienze Naturali di Parigi), decise del tutto arbitrariamente di battezzare con questo nome una collezione di tre esemplari (maschio, femmina, giovane) malamente tassidermizzati, presenti nello Senckenberg Museum di Francoforte (immagine di copertina). Ma non appagato da tutto ciò, si spinse oltre.

Infatti essendo convinto che questi animali rappresentassero un “ponte” tra i gorilla e gli scimpanzé(1), istituì il genere Pseudogorilla (finto gorilla). A difesa delle sue teorie Elliot rimarcava come la fronte prominente e l’assenza di cresta sagittale fossero tipici tratti da scimpanzé, mentre le restanti caratteristiche craniche erano riconducibili a quelle dei gorilla. Il maschio era alto appena 135 cm e possedeva un cranio di soli 22 cm.

Come ciliegina sulla torta, così come altri avevano fatto prima di lui, cambiò anche la località di appartenenza del genere, localizzandola nel Congo superiore. E tutto ciò nonostante le etichette dei crani dei tre esemplari indicassero chiaramente la città di Fernan-Vaz, ubicata sulla costa centrale del Gabon!

 

La matassa si dipana

L’anno successivo Gerrit Miller, basandosi sulle ottime tavole riportate all’interno del libro di Elliot, concluse che in realtà il genere Pseudogorilla era stato erroneamente descritto sulla base del cranio di un maschio immaturo e di una femmina adulta di gorilla.

Questa tesi fu confermata nel 1985 dal primatologo Colin P. Groves sulle pagine di Cryptozoology, all’interno delle quali, forte della sua esperienza con le misurazioni di oltre 745 crani di gorilla di entrambe i sessi, concludeva spiegando che il caso del “gorilla pigmeo” era nato dalle difficoltà dei primi sistematici nell’apprezzare le variazioni individuali di età e sesso nelle diverse popolazioni di questi primati.

Infine, per chiarire il piccolo, ultimo mistero rimasto ancora in sospeso, è necessario tornare nelle aree del lago Tanganika, dove Alan B. Raper partecipò alla più sconclusionata spedizione nella storia della criptozoologia.

Come già accennato infatti, nel suo rapporto cita un misterioso animale descritto da Livingstone con il nome di soko, indicandolo come possibile candidato per il “gorilla pigmeo”.

In effetti questo nome compare realmente in un’opera postuma del 1874, dedicata alle avventure del famoso esploratore in Africa centrale. Ecco come Livingstone, con un non indifferente eccesso di enfasi, descrive il “misterioso” primate:

Quattro gorilla, o soko, sono stati uccisi ieri... un esteso incendio li aveva costretti fuori dai loro rifugi abituali e fatti arrivare nella pianura, dove sono stati uccisi a colpi di lancia... Spesso procedevano eretti, ma tenendo le mani sulla testa, come per bilanciare il corpo. Detto questo, il soko è una bestia rozza... persi l’appetito per via del suo aspetto disgustosamente bestiale. Il suo volto giallo pallido mostrava orrendi baffi... la fronte era villanamente bassa, con grandi orecchie... i denti erano leggermente simili a quelli umani, ma i canini mostravano la loro bestialità nel loro grande sviluppo... La pelle dei piedi era gialla
Livingstone, 1874
Il soko secondo Livingstone, 1874

Oggi i primatologi sono concordi nel ritenere che gli animali descritti da Livingstone non erano gorilla, la cui pelle non è gialla, ma nera, e possiedono orecchie piccole, ma scimpanzé. Inoltre a ovest del lago Tanganika, gli scimpanzé sono chiamati dai nativi proprio con il nome di soko.

Bibliografia essenziale

ALIX, E. & BOUVIER, A. (1877), Sur un Nouvel Anthropoide (Gorilla mayéma). Bulletin de la Société Zoologique de France, Vol. 11: 488-90.
ELLIOT, Daniel Giraud (1914), Review of the Primates, Vol. 3. American Museum of Natural History. N.Y.
FAMERLART, Lucien (1883), Observations sur un Jeune Gorille. Bulletin de la Société Zoologique de France. Vol. 8: 149-152.
GROVES, Colin P. (1985), The case of the Pygmy Gorilla: A Cautionary Tale for Cryptozoology. Cryptozoology, Vol. 4: 37-44.
RAPER, Alan B. (1945), The Lost Gorilla. University of Leeds Medical Magazine, Vol. 15: 24-30.

Note

(1) Segnalazioni di scimmie antropomorfe con presunte caratteristiche intermedie tra scimpanzé e gorilla erano numerose agli albori della primatologia. Il caso più famoso è quello del kooloo-kamba