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La scimmia di de Loys

Questa fotografia di un presunto primate misterioso, portò scompiglio nel mondo accademico dell'epoca per diversi anni
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La scimmia di de Loys

un celebre falso della storia della zoologia
di Lorenzo Rossi - Mar, 08/08/2017 - 09:20Qui si parla di
Questa fotografia di un presunto primate misterioso, portò scompiglio nel mondo accademico dell'epoca per diversi anni

Il pugno di uomini che nel 1920 raggiunse stremato le rive del Rio Tarra, affluente del Rio Catatumbo, era tutto ciò che restava di un imponente spedizione petrolifera che tre anni prima era partita verso la Sierra de Perijeé, catena montuosa coperta da inestricabile foresta vergine che si trova ai confini tra Colombia e Venezuela. A capo di essa vi era il geologo svizzero Francois de Loys, che aveva accettato l’incarico dalla compagnia olandese Colon Development, e il cui scopo principale era quello di realizzare il prospetto geologico del bacino del Rio Tarra, per contribuire al promettente programma di produzione petrolifera locale iniziato l’anno precedente. L’impresa non fu però delle più agevoli: la zona da esplorare si rivelò estremamente inaccessibile e inospitale.

Ai numerosi ostacoli naturali si aggiunse poi la bellicosità degl’indios Motilones, che assieme alle malattie decimarono uno dopo l’altro i membri della spedizione. Per l’esausto gruppo di superstiti le sorprese però non erano ancora destinate a finire, infatti a pochi metri dalla riva del Rio Tarra, de Loys e il suo seguito s’imbatterono in due grosse scimmie prive di coda che avanzavano minacciosamente verso di loro camminando in posizione eretta. Visibilmente irritate, si spostavano urlando e brandendo dei rami. Giunte all’apice della furia defecarono nelle proprie mani utilizzando gli escrementi come proiettili che lanciarono contro i membri del gruppo.

La femmina fu abbattuta a fucilate, mentre il maschio, dandosi alla fuga, riuscì a fuggire indenne. Il cadavere fu raccolto, disposto seduto su di una cassa da imballaggio per fusti di petrolio, sorretto da un bastone postogli sotto al mento e quindi fotografato. L’immagine, molto nitida e di ottima qualità è giunta sino a noi, e per molto tempo ha destato dibattiti e polemiche.

Una descrizione sorprendente

Le perplessità sorte sull’identità della “scimmia di de Loys”, non furono dovute tanto alla natura dell’animale, un primate in un territorio in cui se ne contano non meno di cento specie diverse, quanto alle sue presunte straordinarie caratteristiche. Ma prima di approfondire tale argomento risulterà utile un piccolo preambolo di zoologia, che possa permettere di comprendere appieno il perché le dichiarazioni di de Loys fecero tanto scalpore nella comunità scientifica dell'epoca.

Molto sinteticamente, le scimmie si suddividono in catarrine e platirrine: le prime appartengono tutte al Vecchio Continente, mentre le seconde sono tipiche esclusivamente dell’America centrale e meridionale. Per quanto concerne quest'ultime, la famiglia più numerosa è quella dei cebidi, caratterizzata da 36 denti, pollice ridotto e talvolta assente, unghie piatte e lunga coda ben sviluppata, talvolta prensile.

L’animale descritto e fotografato da de Loys parrebbe invece fuggire da questa catalogazione, presentando caratteristiche tipiche delle scimmie antropomorfe (possibilità di andatura eretta, assenza di coda, 32 denti), le quali però non sono presenti nel continente sudamericano, ma solo in Asia e in Africa. D’altro canto la presenza di primati antropomorfi in Sudamerica risulta impossibile, se non altro per motivi di ordine geologico.

Attualmente sappiamo per certo che un tempo l’America del sud era unita all’Africa, dalla quale si distaccò in seguito al fenomeno della deriva dei continenti. Questa separazione, avvenuta all’inizio del Cretaceo, precedette la fase di evoluzione verso i grandi mammiferi. Per questo motivo le forme di vita del Sudamerica si trovarono separate dalla corrente evolutiva principale che caratterizzò l’Africa e che portò allo sviluppo dei grandi quadrupedi così come oggi li conosciamo. Sarebbe quindi più sensato ipotizzare l’esistenza di forme di vita equiparabili, anche se totalmente diverse, a quelle africane, frutto del fenomeno noto come evoluzione parallela, per il quale gruppi tassonomici che derivano dallo stesso progenitore sono caratterizzati, in tempi e luoghi diversi, dai cambiamenti evolutivi di alcuni caratteri nella stessa direzione come risposte alle stesse opportunità adattative.

Fotografia e storia non convincono

Cosa poteva essere quindi, la grande scimmia immortalata da de Loys? Pur con una nota di colore finale, Heuvelmans (preceduto però da molti altri), come vedremo in seguito aveva fornito un’adeguata spiegazione:

“Ad una prima occhiata dell’unica fotografia di cui disponiamo, la mente fa irresistibilmente pensare ad un atele o scimmia ragno, con un’insolita espressione umana sul volto”.

L’atele (Ateles sp.), detta anche scimmia ragno a causa della sproporzionata lunghezza degli arti, possiede una testa piccola e faccia priva di barba. Il pelame, piuttosto ruvido e lungo sulle spalle, è più scuro sul dorso, il colore predominante è il nero.
Le scimmie ragno sono le platirrine più agili, possono infatti “volare” di albero in albero con balzi di oltre dieci metri. Mentre si arrampicano si tengono strette ai rami contemporaneamente con mani, piedi e coda, utilizzando per aggrapparsi, gli uni o gli altri indifferentemente. Come tutti gli altri cebidi, talvolta si muovono o si fermano anche sulle sole zampe posteriori, soprattutto quando si guardano intorno. Nel far questo, quando è possibile, preferiscono però tenersi aggrappati ai rami con la coda; scendono molto di rado sul terreno.

Lo zoologo americano Clarence Ray Carpenter, che studiò attentamente il comportamento dell’atele di Panama (Ateles geoffroyi) nella foresta tropicale, venne talvolta assalito dai componenti di un gruppo: le scimmie scoprivano l’intruso ed emettevano un grido rauco, scendendo spesso dalla cima sui rami più bassi dell’albero. Le loro grida si ripetevano con tanta maggiore frequenza quando più essi si avvicinavano all’intruso. Qualche volta i maschi più forti e forse anche alcune femmine scuotevano i rami con brontolii minacciosi. Carpenter racconta che più volte gli animali si avvicinarono fino a 12, 13 metri da lui, afferrando con mani, piedi o coda rami o pezzi di legno secco e lanciandoglieli, nel frattempo le scimmie si grattavano irosamente il pelo con le unghie delle mani e dei piedi.

Se la scimmia di de Loys era davvero un atele, come molte caratteristiche suggeriscono (come ad esempio l’abitudine di lanciare i propri escrementi verso gli intrusi), rimarrebbe da chiarire come in un momento così critico dell’esplorazione, la spedizione possa essersi presa la briga di fotografare un animale così comune in Sudamerica.

Le scimmie ragno possiedono una lunghissima coda, ma quando quest'ultima non appare in fotografia, il loro aspetto antropomorfo diventa molto più accentuato
Il dibattito si accende

La possibile assenza di coda, testimoniata da de Loys, non è però accertabile esaminando la fotografia, che ritraendo l’animale frontalmente, occulta questo particolare. Inoltre è anche difficile stabilire se il soggetto fosse realmente più grosso di una scimmia ragno. Secondo Heuvelmans il torace della scimmia di de Loys sembrava compresso in direzione dorso-ventrale, come quello delle antropomorfe, come si noterebbe dalla larghezza delle spalle e sarebbe stato più lungo di quello di un atele. Rimane però da stabilirne la taglia: gli ateli più grandi non superano i 110 cm quando stanno in piedi sulle zampe posteriori, mentre secondo de Loys, che riferì di averne effettuato la misurazione, il cadavere della fotografia era alto ben 157 cm.

Nel 1929 il Professor Montandon, eminente zoologo francese, tenne una conferenza all’Accademia delle Scienze di Parigi dal titolo La scimmia con caratteristiche antropoidi.

In accordo con M. Cintract, un fotografo da me consultato, giudicando il numero delle assi della cassa, questa doveva essere alta all’incirca 50 cm e l’altezza dell’animale aggirarsi dai 150 ai 160 cm. D’altro canto, la misura standard di una cassa da imballaggio per fusti di petrolio è di 45 cm e ciò indicherebbe che l’animale era alto almeno 150 cm
Montandon, 1929

Convinto dell’accuratezza delle misurazioni eseguite da de Loys, nel 1929 Montandon pubblicò una minuziosa descrizione dell’animale, da lui battezzato Ameranthropoides loysi.

La descrizione di Motandon non forniva però una soluzione al problema, poiché il famoso naturalista Sir Arthur Keith, suo rivale d’oltremanica, era convinto si trattasse semplicemente di una varietà di atele, e che la coda fosse stata occultata di proposito nella fotografia, implicando l’ipotesi di una frode.
Anche il mammologo americano Philip Hershkovitz, che durante la Guerra si trovava nell’area esplorata da de Loys senza avere trovato la minima traccia dell’”amerantropoide”, abbracciò la stessa conclusione.

Compare una seconda fotografia

Nel 1951 l'ingegnere civile Roger Courteville, che nel 1926 aveva attraversato in auto il continente sudamericano da Rio de Janeiro a Lima, pubblicò il libro Avec les indiens inconnus de l'Amazonie, nel quale dichiarò di avere osservato, nelle stesse aree esplorate da de Loys, grandi scimmie antropomorfe nel 1938 e nel 1947. 

 

Il libro in questione, un'accozzaglia di notizie inventate e pensieri razzisti sui quali non vale la pena soprassedere, riporta che nel 1938 un certo Dottor de Barle incontrò anch'egli un "uomo scimmia" nella stessa zona e la sua scoperta fu l'oggetto di una pubblicazione scientifica.  Di un simile articolo non esiste però traccia in bibliografia e la fotografia (immagine a sinistra) pubblicata da Couterville con la didascalia "Documento del dottor de Barle" ne spiega visibilmente il motivo. 

Si tratta infatti di un falso dozzinale, realizzato ritagliando la scimmia fotografata da de Loys e ricomponendola sullo sfondo di una foresta tropicale. 

Dal folklore alla paleontologia

Nel 1990, dopo avere letto la storia di de Loys, Marc E. W. Miller e Khryztian Miller, ricercatori indipendenti, decisero di esplorare le zone dei fiumi Ventuari e Orinoco, dove raccolsero diverse testimonianze da parte dei nativi circa presunte “scimmie giganti”. Il loro resoconto di viaggio, pubblicato nel 1991 sulle pagine di Cryptozoology, è però talmente vago e incompleto da risultare irritante. Inoltre, a parte l’altezza e il colore, l’aspetto di queste “scimmie giganti” non viene mai descritto.

Anche lo spoglio della casistica di ricercatori più accreditati come Roosmalen e Hocking non aiuta in tal senso: sebbene nei loro dossier di potenziali nuove specie siano presenti diverse scimmie ragno, nessuna di esse è descritta dai nativi con dimensioni fuori dalla norma.

Eppure la presenza di un atele di taglia maggiore di tutte le specie sinora conosciute non sarebbe un’eventualità impossibile a priori, sappiamo infatti con certezza che un simile animale è realmente vissuto in America meridionale e le prove concrete della sua esistenza giungono dal passato, tramite la scoperta di interessanti reperti fossili.

I primi resti della scimmia denominata Protopithecus brasiliensis, letteralmente “scimmia primitiva del Brasile”, parte di un femore e di un omero, furono scoperti dal naturalista danese Peter W. Lund nel 1836, ma questo ritrovamento passò inosservato per più di 150 anni. Successivamente, nel 1992, il paleontologo americano Walter Hartwing della George Washington University e il brasiliano Castor Cartelle dell’Università del Minas Gerais, ne scoprirono uno scheletro completo in una caverna presso Campo Formosa, Brasile.

L’esame dei fossili permise di stabilire che questo animale doveva essere una specie di grande scimmia lanosa o scimmia ragno estintasi circa 10.000 anni fa, probabilmente a causa di mutazioni climatiche e ambientali o della caccia praticata dagli antenati degli indios attuali. I resti indicano un animale pesante circa 25 chilogrammi, vale a dire quasi il doppio del più grande atele conosciuto in Sudamerica, ma ipotizzare che de Loys possa essersi imbattuto negli ultimi rappresentanti viventi di questa specie rimane un’ipotesi sin troppo surreale...

Altri dubbi e altre risposte

Eppure nel 1999, un biologo e un geologo venezuelani, Angel L. Vigoria e Franco Urbani, realizzarono un lungo articolo riguardante l’amerantropoide per la rivista scientifica svizzera Bulletin de la Société Vaudoise des Sciences Naturelles, nel quale l’interesse verso la vita di de Loys pare prendere nettamente il sopravvento sulle prove zoologiche effettive. Per quel che concerne le loro conclusioni personali circa la genuinità del misterioso primate si legge quanto segue:

È appurato che François de Loys è stato un uomo di scienza serio e responsabile, ottimista e rispettoso, e caratterizzato da un intrepido spirito d’avventura. Sembra improbabile che un simile scienziato possa avere architettato la truffa dell’amerantropoide solo per la fama... Ci sono motivi sufficienti per potere affermare che de Loys non era un bugiardo, soprattutto un documento irrefutabile, una fotografia originale scattata in un’epoca in cui i trucchi fotografici e la manipolazione delle immagini non esistevano affatto.
Vigoria e Urbani, 1999

Si potrebbe senza dubbio contestare che i trucchi fotografici esistono sin da Méliès, pioniere del cinema francese (1861-1938) e che gli autori non considerano il fatto che nulla avrebbe impedito a de Loys di scattare una fotografia facendo in modo che l’oggetto raffigurato potesse sembrare più grande di quanto non fosse in realtà. Inoltre, qualificare la fotografia come documento irrefutabile è quantomeno azzardato, anche perché l’assenza di punti di riferimento indipendenti non permette di stabilire l’effettiva grandezza del primate: perché nessuna persona si è sistemata accanto alla scimmia durante la fotografia per confermarne l’altezza di 157 cm?

Infine, perché Francois de Loys non menziona un fatto così spettacolare nei suoi libri sulla spedizione in Venezuela, ma attese il 1929 (quasi 10 anni dopo) per rivelare una notizia così sorprendente?

Nel 1998, Pierre Centlivres e Isabelle Girod pubblicarono un articolo sull’amerantropoide, per la rivista di etnologia Gradhiva, suggerendo trattarsi di un trucco ideato da George Montandon, dovuto ai suoi pregiudizi razziali sull’origine dell’uomo: 
riferendosi per caso alla foto della scimmia e ripercorrendo i documenti ammassati da de Loys sugli Indios Motilones, Montandon vide in quella foto “l’anello mancante” tra le scimmie sudamericane e gli Indios, anello che poteva confermare le sue teorie ologenetiche (1). Di conseguenza avrebbe avuto più di un motivo per dimostrare l’esistenza di un primate sudamericano. 

L’ipotesi più veritiera è che Montandon sia stato coinvolto per caso in questa storia esaminando la singolare fotografia di de Loys, decidendo di sfruttarla a suo vantaggio come una prova che potesse confermare le sue teorie sull’evoluzione.

Ma se l’animale in questione non possedeva nulla di eccezionale, perché una spedizione ridotta allo stremo si prese la briga di immortalarlo in una fotografia?
La risposta fu pubblicata sulla rivista Interciencia del luglio – agosto 1999, attraverso una lettera molto interessante, risalente al 1962 e indirizzata al direttore della rivista Diario El Universal...

Enrique Tejera (1962): [Lettera a Guillermo José Schael]. Diario El Universal, Caracas. 19 luglio.

 

 

...Tale scimmia è un mito. Gli racconterò la sua storia... Il signor Montandon ha detto che la scimmia non ha coda. Questo è certo, ma ha dimenticato di dire qualcosa, cioè che non l’ha perché gliela tagliarono. Posso assicurarlo signori, perché fu davanti ai miei occhi che venne amputata. Chi parla in questo momento lavorava nel 1917 in un campo di esplorazione di un’industria petrolifera nella regione di Perijá. Il geologo era il signor François de Loys, l’ingegnere il Dott. Martín Tovar Lange. De Loys era un burlone e molte volte ridevamo dei suoi scherzetti. Un giorno gli regalarono una scimmia che aveva la coda malata: le fu amputata. Da quel momento de Loys la chiamava “el hombre mono” [l’uomo scimmia]. Tempo dopo io e de Loys ci trovavamo in un’altra regione del Venezuela: nella zona chiamata Mene Grande. Camminava sempre a fianco della sua scimmietta, che però morì di li a poco. De Loys decise di farle una fotografia, e credo che il signor Montandon non lo negherà, è la stessa fotografia che egli ha presentato [Tejera si riferisce alla conferenza La scimmia con caratteristiche antropoidi, tenutasi presso l’Accademia delle Scienze di Parigi, alla quale era presente]... Più recentemente in un viaggio a Parigi, il mio stupore fu grande visitando il Museo dell’Uomo. In cima a una scala monumentale, riempiendo la parete di fondo, stava un’immensa fotografia e sotto la didascalia: “La prima scimmia antropoide incontrata in America”. Era la fotografia di de Loys, ma magnificamente ritoccata. Non si vedeva più la pianta presente nello sfondo né si capiva su che scatola era seduta la scimmia. Il trucco è fatto talmente bene che tra alcuni anni la scimmia in questione sarà considerata alta più di due metri... Per finire devo avvisarla: Montandon non era una brava persona. Dopo la guerra fu fucilato perché tradì la Francia, la sua patria. Cordialmente, il suo amico Enrique Tejera
Tejera, 1962
Note

(1) L’ologenesi è una teoria evolutiva formulata dallo zoologo Daniele Rosa nel 1909. Alla base dell’evoluzione sarebbe da porsi la possibilità che compaiano linee filetiche provenienti da una determinata specie che si evolverebbe per un dato tempo, seguendo una stabilita direzione e non subendo influssi da fattori esterni. Ad un dato momento, gli individui appartenenti alla specie divergerebbero dando vita a due specie diverse.  

Bibliografia

BECCARI, Nello (1943), Ameranthropoides loysi, gli Atelini e l’importanza della morfologia cerebrale nella lcassificazione delle scimmie. Arch. Antrop. Etnol. 73:1-112.
MILLER, Marc E. W. & Miller, Khryztian E. (1991). Further investigation into Loys’s “ape” in Venezuela. Cryptozoology, Vol. 10: 66-71.
MONTANDON, G (1929), Découverte d’un singe d’apparence Anthropoide en Amérique du Sud. J. Soc. Américanistes Paris No. 21.