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L'orso dell'Atlante

esistevano ancora orsi in Africa al tempo dei romani?
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L'orso dell'Atlante

quando si è estinto l'ultimo orso africano?
di Lorenzo Rossi - Lun, 24/07/2017 - 08:45Qui si parla di
esistevano ancora orsi in Africa al tempo dei romani?

Tutte le otto specie di orso attualmente conosciute sono distribuite in Europa, Asia e America, ma nell’antichità (e molto probabilmente sino in epoca recente) questo plantigrado era presente anche in Africa del nord tra le catene montuose del Marocco, Algeria e Tunisia.

Nonostante non ne esista nemmeno un esemplare nei musei di tutto il mondo, la sua esistenza in epoca storica, tanto a lungo ritenuta dubbia, attualmente non può più essere messa seriamente in discussione, sebbene rimanga l’interrogativo circa l’origine di questo orso, che secondo alcuni studiosi avrebbe potuto rappresentare una nuova specie.

La parte più settentrionale dell’Africa è inserita nell’ambito della Regione Paleartica perché sino a pochi milioni di anni fa era collegata all’Europa da un ponte continentale, che una volta sommerso dalle acque divenne l’attuale stretto di Gibilterra. L’esistenza di questo ponte permise agli orsi di scendere in Africa dalla Spagna e di sopravvivere, dopo l’innalzamento dei mari, nel nuovo continente, geneticamente isolati dagli orsi europei sino a circa 10.000 anni fa, data a cui, sino a non molto tempo fa, erano riconducibili i più recenti resti fossili africani di orso.

Aneddoti storici

Per lungo tempo la presenza in epoca storica antica e recente di questi animali non è invece stata supportata da nessuna prova materiale, ma soltanto attraverso resoconti bibliografici.

Stando alla scrupolosa indagine condotta dal criptozoologo francese Michel Raynal, il più antico riferimento storico sull’orso dell’Atlante proviene dal quarto libro dell’opera Historia di Erodoto, che nelle pagine riguardanti la descrizione della Libia (1) riporta quanto segue:

...la zona occidentale... è molto montagnosa, boscosa e ricca di animali. È qui che si trovano serpenti di grande taglia, leoni, elefanti, orsi, aspidi, asini cornuti, cinocefali e acefali con gli occhi posti sul petto... e gli uomini e le donne selvatiche...

Certamente la lista faunistica compilata da Erodoto in quella che definisce come la zona occidentale della Libia (l’attuale Maghreb) può fare nascere non poche perplessità, ma un suo esame più attento rivela che potrebbe essere più attendibile di quanto non possa sembrare a prima vista.

I grandi serpenti potevano essere pitoni di Seba (Python sebae), il cui areale di distribuzione in epoca antica, quando il Sahara non era ancora totalmente desertico, doveva estendersi molto più a nord. Il leone berbero (Panthera leo leo) era originario del Nordafrica e l’ultimo esemplare in natura di cui si abbia notizia fu abbattuto in Marocco nel 1942 sui monti dell’Atlante.
Anche gli elefanti africani di savana (Loxodonta africana) erano un tempo presenti, tanto che quelli utilizzati da Annibale per la famosa spedizione verso Roma attraverso le Alpi, sarebbero stati catturati in Tunisia. Attualmente il termine aspide indica il nome comune della Vipera aspis, che è presente soltanto in Europa, ma nell’antichità era utilizzato indistintamente per ogni tipo di serpente velenoso.
Gli “asini cornuti” possono essere ricondotti a una sottospecie dell’antilope alcelafo bubalo (Alcelaphus buselaphus buselaphus) ora estinta, ma all’epoca diffusa tra i monti dell’Atlante, mentre i cinocefali potrebbero essere dei babbuini, attualmente non più presenti in Africa del nord.

Le vere incognite della descrizione di Erodoto sono rappresentate dagli uomini selvatici e dagli acefali. I primi rappresentano una credenza pressoché universale e compaiono, assieme ad animali in carne e ossa, in una moltitudine di diari di viaggio e descrizioni naturalistiche del passato di autori di tutto il mondo. La loro presenza quindi, non mina l’attendibilità di quanto riportato dallo storico.
Anche l’idea di razze umane prive di testa (acefali) è ampiamente diffusa in varie zone della Terra, tuttavia in questo caso specifico ci si riferisce a una popolazione che Plinio localizzava nel deserto libico con il nome di blemmyes (blemmi).
I blemmi erano una popolazione reale (e con la testa inserita al posto giusto), che abitava tra la vallata del Nilo e il Mar Rosso. Secondo lo studioso di preistoria Henri Lhote, esperto delle antiche raffigurazioni rupestri del Tassili (Algeria), la leggenda degli acefali poteva spiegarsi con una colorita descrizione del velo utilizzato dalla gente del deserto, che ne “dissimulava le forme al punto da fare pensare che non avessero la testa”.

All’interno del secondo volume dell’Historia, Erodoto fornisce un ulteriore importante accenno circa la presenza dell’orso quando parla dell’Egitto:

Gli orsi, che sono rari in Egitto, e i lupi, che qui sono poco più grandi delle volpi, vengono seppelliti nello stesso luogo in cui sono trovati i loro cadaveri [al contrario di altri animali non erano quindi considerati sacri e non venivano mummificati e portati nei templi]

La presenza antica dell’orso in Egitto (e anche una sua verosimile collocazione tassonomica) è testimoniata anche nel quinto libro dell’Ateneo di Tolomeo II Filadelfo, che nel 285 a.C. solennizzò la sua ascesa a re d’Egitto con una sontuosa celebrazione ad Alessandria, che comprendeva una lunga processione di carri e di animali, tra i quali figuravano anche “grandi orsi bianchi”.

È prassi comune associare a questo nome il ben noto orso polare (Ursus maritimus), ma una sua presenza nell’antico Egitto non potrebbe essere giustificata nemmeno dal più ardito dei fanta archeologi. Eppure, anche se poco conosciuta, in Asia occidentale vive una piccola sottospecie di orso bruno, l’orso della Siria (Ursus arctos syriacus), dal manto grigio-marrone chiarissimo. Gravemente minacciato a causa della devastazione degli habitat, era diffuso in Turchia, Siria (2), Libano, Israele, Iraq e Iran. È quindi un’ipotesi molto plausibile che gli orsi bianchi citati da Tolomeo II provenissero dalla Turchia, ma non si può escludere a priori che, come Erodoto sembra confermare, nell’antichità l’areale di questi animali potesse estendersi molto più a ovest di quello attuale, sino all’Egitto.

Ad avvalorare questa ipotesi potrebbe essere un estratto della Historiae Aegypti Naturalis del medico e naturalista italiano Prospero Alpini. Costui visse circa tre anni in Egitto in qualità di medico personale del patrizio veneto Giorgio Emo, che nel 1580 fu nominato console a Il Cairo. Sebbene medico di professione, Alpini divenne famoso in tutta Europa grazie ai suoi studi sulla botanica: fu inoltre il primo studioso a dedurre, attraverso la coltivazione della palma da dattero, il concetto di differenza sessuale nelle piante. All’interno del suo trattato naturalistico sull’Egitto compare un breve accenno agli orsi bianchi, descritti come molto rari, di piccole dimensioni e meno aggressivi degli orsi bruni europei.

L'orso e il soldato

Così per diversi anni le segnalazioni di presunti avvistamenti di orsi in Africa settentrionale furono ricollegate, dai pochi ricercatori che le ritenevano attendibili, all’Ursus arctos syriacus, ma nuovi elementi emersero nel 1841 grazie a una lettera del naturalista Edward Blyth pubblicata sui Proceedings of the Zoological Society of London.

In questa missiva Blyth descriveva diversi mammiferi da lui incontrati nel corso delle sue spedizioni attorno al mondo e riferiva, parlando di fauna africana, di un episodio che aveva avuto come protagonista un soldato di reggimento di nome Crowther, che era vissuto in Marocco per qualche tempo:

Circa la questione dell’orso dell’Atlante, che si sospetta essere il syriacus, Crowther lo conosceva bene e dimostrò che si trattava di un animale totalmente differente. Una femmina adulta era di taglia inferiore a quella di un orso nero americano, ma di costituzione più robusta, la testa più corta e larga, sebbene il muso fosse appuntito e sia le dita che gli artigli erano visibilmente corti (per un orso), con quest’ultimi particolarmente robusti. Il pelame era nero, marrone scuro e ispido, lungo circa 10-12 cm, ma nel ventre di colore arancio-fulvo, il muso era nero. Questo esemplare fu ucciso ai piedi dei monti di Tétouan, a circa 40 km dall’Atlante. È considerata una specie rara in quelle zone e si ciba di radici, ghiande e frutta. Non si arrampica con facilità e si dice che sia morfologicamente diverso da tutti gli altri orsi

La pelle dell’animale fu conservata, ma disgraziatamente venne divorata dai ratti. Eppure nonostante questo, sui pochi elementi forniti da Blyth, il mammologo svizzero Heinrich Rudolf Schinz introdusse il nome scientifico Ursus crowtheri, che in seguito a successive revisioni divenne Ursus arctos crowtheri.

Sebbene inizialmente passata inosservata, la prima importante svolta sul mistero dell’orso dell’Atlante si ebbe con un’inaspettata scoperta effettuata dal naturalista francese Jules René Bourguignant, che durante un’esplorazione della grande caverna della Thaya (Algeria), rinvenne fossili di animali che sottopose all’attenzione del famoso paleontologo Louis Lartert, che qualche anno dopo sarebbe entrato nella storia della paleoantropologia grazie al ritrovamento in Dordogna dei primi fossili conosciuti di Uomo di Cro-Magnon.

Con grande stupore Lartert informò il suo collega che tra i resti di animali provenienti dalla grotta erano presenti anche ossa di orso, appartenuti a tre distinti individui, due anziani e un giovane. Inoltre le caratteristiche morfologiche inducevano a pensare che si trattasse di un orso diverso da tutti gli altri fino ad allora conosciuti:

Simile all’orso malese in termini di dimensioni, era tarchiato, compatto e possedeva zampe corte. Aveva una testa relativamente grossa, leggermente allungata, terminante in un muso molto stretto e doveva essere principalmente frugivoro stando alla sua dentizione

Bourguignant descrisse la sua scoperta nel 1867 sulle pagine degli Annales des Sciences Naturelles, ma nonostante l’intrigante similitudine tra i dati desunti da Lartert con quanto riportato da Blyth, l’autore non accostò il suo ritrovamento all’Ursus crowtheri, proponendo che doveva trattarsi di un’ulteriore nuova specie, che battezzò Ursus faidherbianus in onore del generale Faidherbe, governatore del Senegal che aveva dato il suo supporto alle ricerche.

Inoltre, particolare di non poco conto, questi resti furono raccolti assieme a quelli di lampade romane, circostanza che lo convinse a ritenere che questi orsi avevano vissuto in Africa del Nord sino in epoca storica, tanto che, dopo una sommaria descrizione dei reperti fossili, si prodigò a fornire tutte le informazioni bibliografiche che era riuscito a raccogliere a supporto della sua teoria.

Ad esempio all’interno della sua opera dedicata alla Numidia pubblicata nel 1789, l’Abate Poiret racconta che mentre sostava a La Mazoule, presso Ali-Bey, “un arabo ci mostrò la pelle di un orso che aveva ucciso”. Inoltre nel suo libro riguardante i mammiferi e gli uccelli dell’Algeria pubblicato nel 1858, il comandante Victor Jean-François Loche raccontò di avere osservato allo zoo di Marsiglia degli orsi donati dall’imperatore del Marocco e provenienti dalle sue terre.

Bourguignant continuava la sua trattazione segnalando anche la testimonianza diretta del suo amico Letourneux, ex Consigliere Onorario ad Algeri, il quale gli rivelò che durante le sue esplorazioni del territorio, gli arabi gli dissero che gli orsi erano vissuti in Algeria sino a 50 anni prima, erano piccoli e tarchiati e si nutrivano di miele e frutta.

Infine il naturalista francese dichiarò che lui stesso, durante la sua difficoltosa discesa all’interno della grande caverna della Thaya, si imbatté in un’orma impressa nel fango simile a quella lasciata da un piede umano, che i soldati arabi che lo accompagnavano non esitarono ad attribuire a un deb, nome con il quale nella loro lingua chiamavano l’orso.

Successivamente, nel 1870, all’interno di una pubblicazione più dettagliata riguardante la grande caverna, Bourguignant, oltre a elencare altre testimonianze, riportò anche una lista di alcuni toponimi della provincia di Costantino, che secondo l’autore dimostravano che l’orso era stato comune in quei luoghi sino in epoca recente. Esistevano infatti un “burrone dell’orso” (Chabet el Deb), una “roccaforte dell’orso” (Guelaat el Debbie), un “fiume dell’orso” (Wadi el-deb), etc.

Nel 1874 fu pubblicato il libro di viaggi dell’esploratore spagnolo Pedro Tafur, che tra il 1436 e il 1439 visitò la Francia, l’Egitto e la costa marocchina. Per quanto riguarda quest’ultima, nella descrizione di Ceuta, città autonoma spagnola circondata dal Marocco e situata in prossimità dello stretto di Gibilterra, l’autore lasciò scritto quanto segue:

Nelle montagne di Ceuta si trova il più grande numero di leoni reali che in qualunque altra parte del mondo, e istrici, e scimmie, e leopardi, e orsi in gran numero
Nuove scoperte scientifiche

Tuttavia la reale presenza dell’orso in nord Africa in epoca storica fu questione di accesi dibattiti ancora per molti anni e i fossili rinvenuti da Bourguignant assieme ai resti di lampade romane, furono considerati controversi per via della mancanza di uno studio stratigrafico che dimostrasse un legame temporale tra i reperti.

Nuovi e inattesi sviluppi si ebbero soltanto nel 1998, anno in cui un’equipé di ricercatori francesi e algerini pubblicò sulle pagine del Comptes-Rendus de l’Académie des Sciences, i risultati della datazione con il metodo del carbonio 14 di ossa d’orso rinvenute all’interno di una piccola grotta situata nella catena montuosa della Djurdjura (Algeria). Stando ai dati riportati queste ossa risalivano al 420-600 d.C. indicando così la sopravvivenza dell’orso dell’Atlante anche oltre il periodo romano.
Più recentemente, nel 2007, un successivo esame eseguito su altri reperti simili, pubblicato sul bollettino ufficiale del Museo di Scienze Naturali di Marsiglia, li indicò risalenti al 778 d.C.

Queste nuove informazioni permettono di considerare sotto una luce diversa i numerosi riferimenti bibliografici dell’antichità circa la presenza dell’orso in Africa del Nord, verso i quali la maggior parte degli studiosi aveva sino ad allora nutrito non pochi dubbi.

Ad esempio nella sua Historiae naturalis Plinio il Vecchio racconta che un ufficiale romano di nome Domitus Ahenobarbus aveva acquistato degli orsi della Numidia (regione che all’epoca ricopriva una vasta area delle attuali Algeria e Tunisia) per farli combattere contro dei cacciatori etiopi nei giochi circensi. Inoltre in occasione della sua triplice incoronazione avvenuta nell’800 d.C., Carlo Magno ricevette diversi doni diplomatici dai monarchi orientali, tra i quali, stando a quanto afferma il cronista Eginardo, monaco dell’Abbazia di San Gallo, “un orso della Numidia”.

Ma se le cronache dell’epoca hanno guadagnato credibilità grazie alle recenti scoperte scientifiche, le testimonianze dei viaggiatori e naturalisti occidentali del diciottesimo e del diciannovesimo secolo restano ancora fonte di accesi dibattiti.

Se infatti alcuni autori considerano attendibili queste segnalazioni, indicando la metà del 1800 come la data di estinzione dell’ Ursus arctos crowtheri, molti altri sono propensi, vista l’oggettiva totale mancanza di qualunque tipo di reperto recente, a considerare questo plantigrado completamente estinto dall’Africa del nord prima dell’anno mille.

L’ultima importante scoperta riguardante gli orsi dell’Atlante risale al 2008, quando un team francese pubblicò i risultati degli esami del DNA eseguiti su sette diversi reperti ossei di diversi individui di orso bruno, rinvenuti nel corso degli anni in Algeria e Marocco e risalenti all’Olocene (3).  Tramite questa ricerca fu possibile stabilire una netta divergenza genetica dalle popolazioni di orsi bruni attualmente conosciute, indicando così una sottospecie nativa dell’Africa del nord. L’ultimo nodo da sciogliere riguardava la loro origine, dato che per mancanza di dati gli autori proposero due teorie, secondo le quali gli orsi dell’Atlante potevano discendere dalle popolazioni europee di cui abbiamo parlato all’inizio di questo paragrafo, o più presumibilmente da orsi siriani giunti dall’est.

L'altra scimmia

Ma anche se prive di riscontri oggettivi, le testimonianze più recenti che descrivono indipendentemente e in modo concordante orsi diversi da ogni altro, di piccole dimensioni, tozzi e prevalentemente frugivori, potrebbero indicare per gli ultimi nuclei di questi plantigradi un’estinzione più tardiva di quanto empiricamente dimostrato?

Volendo in tal senso tenere aperto un piccolo spiraglio, ritengo interessante riportare una testimonianza che il mio amico naturalista Luc Chazel, mi raccontò mentre si trovava in Italia per realizzare fotografie per un volume sugli indici di presenza dei rappresentanti della fauna europea. Mentre camminavamo in una zona con un’alta concentrazione di tane d’istrice, essendo Chazel un appassionato di criptozoologia e un vecchio amico di Bernard Heuvelmans, come logica conseguenza parlammo di animali insoliti per buona parte del tragitto.  Fui così messo a conoscenza di una sua esperienza personale della quale chiesi in seguito la descrizione per iscritto di seguito riportata:

Nel 1981 mi trovavo in Marocco nel Medio Atlante per cercare indizi sul leopardo berbero dato che alcuni esemplari sono ancora presenti sulle montagne del Marocco. Nel mese di maggio abbiamo attraversato la catena montuosa che separa il sud (Gole del Todra) dall’altopiano di Midelt a nord. Il clima era notevolmente piovoso e i fiumi in piena, così decidemmo di fermarci e di allestire un campo presso una prateria in prossimità di un bosco di cedri vicino alla foresteria di Tirriste. Qui incontrammo un assistente medico di nome Sassi (non garantisco la corretta grafia) e per sua mediazione un anziano di circa 80 anni di nome Ammo (anche in questo caso riporto la fonetica), felice di parlare con i francesi perché in gioventù aveva fatto parte dell’esercito. Era un personaggio molto interessante, perché aveva vissuto sui monti per molto tempo e conosceva bene la fauna locale. Lo interrogammo circa il leopardo e scoprimmo che la gente dei villaggi ne parlava allo stesso modo con cui gli abitanti dei Pirenei parlavano dell’orso. L’animale era temuto, ma non perché considerato pericoloso nei confronti dell’incolumità umana quanto per le predazioni di bestiame. Apprendemmo così che un leopardo aveva ucciso un asino quindici giorni prima del nostro arrivo. In seguito parlammo del resto della fauna selvatica, mufloni, genette, sciacalli, etc. Quando arrivammo alle scimmie, naturalmente la discussione si spostò sulla bertuccia (Macaca sylvanus), animale molto comune in questa parte del Medio Atlante, ma Ammo aggiunse : ‘un giorno, quando ero giovane, presso il limitare del bosco ho incontrato anche l’altra scimmia, che è molto più grande e molto rara, in seguito non ne ho mai più visto un esemplare’. Naturalmente trasalii quando sentii parlare di un’altra scimmia perché la bertuccia è l’unico rappresentate dei primati presente in questi luoghi e così chiesi ad Ammo se poteva darmi più informazioni circa quella che chiamava l’altra scimmia. Mi rispose che erano scimmie molto più grandi delle bertucce e che erano capaci di rizzarsi sulle zampe posteriori come l’uomo. Erano animali rarissimi conosciuti soltanto dalle persone più anziane. L’esemplare incontrato da Ammo era pressappoco delle mie dimensioni (sono alto 176 cm) e possedeva una pelliccia bruna più chiara nelle zampe. L’uomo e l’animale si evitarono a vicenda. Ammo mi assicurò di non essersi sbagliato e che questo animale era molto diverso dalla bertuccia, ma in seguito non ne vide mai più uno e non ne sentì mai più parlare. Un anziano del villaggio gli disse che ne aveva osservato uno in due diverse occasioni, ma molti anni prima. Questo è tutto quello che sono riuscito ad apprendere su questo animale. Considerando l’età di Ammo questo incontro può collocarsi tra il 1920 e il 1975 circa
Chazel, comm. pers. 2012

All’epoca dei fatti non esistevano studi solidi atti a dimostrare l’esistenza dell’orso in Nordafrica in tempi storici e Chazel rimase perplesso circa l’identità dell’"altra scimmia" osservata dal suo interlocutore, verso la quale non era ancora stato in grado di formulare nessuna ipotesi soddisfacente.

Ma se ipotizziamo per un attimo che l’avvenimento si sia svolto davvero come Ammo lo raccontò e che la descrizione dell’animale da lui fornita fosse precisa, un ipotetico orso dell’Atlante potrebbe essere un candidato ideale:

per prima cosa il testimone riferì che secondo gli anziani del posto l’animale da lui osservato era l’"altra scimmia" e da questo elemento si può intuire come si trattasse di un animale talmente raro da non possedere nemmeno un nome locale vero e proprio e di come, palesemente, fosse ritenuto simile a una scimmia. Considerando che gli unici primati non umani della zona sono le bertucce, non è difficile comprendere come un orso di piccole dimensioni possa essere accostato a una grande bertuccia dai nativi. Tra l’altro le forme di questo animale ricordano quelle dell’orso a tal punto che una varietà asiatica particolarmente tozza e robusta è chiamata macaco orsino (Macaca arctoides).

Anche il comportamento dell’animale, solitario e schivo nei confronti dell’uomo e in grado di rizzarsi sulle zampe posteriori è perfettamente compatibile con quello di un orso, mentre le dimensioni attribuitegli, circa 170 cm sulle zampe posteriori, farebbero escludere qualunque altra scimmia africana conosciuta (4), ma soltanto future scoperte di reperti ossei sufficientemente recenti potrebbero rendere verosimile questa affascinante possibilità.

Note

(1) Nell’antichità il termine Lybia designava tutta l’Africa all’infuori dell’Egitto, ma in questo contesto Erodoto si riferisce all’Africa del nord.

(2) Nel numero di febbraio 2011 del bollettino del Bear Specialist Group fu riportata la notizia del ritrovamento d’impronte d’orso da parte di Issam Hajjar, ricercatore dell’Istituto Francese del Medio Oriente, nella zona di Bloudan, presso Damasco, che dimostravano che l’orso era sopravvissuto in Siria, nella quale si riteneva estinto da almeno 50 anni. Inoltre nel 2006 un pilota americano aveva segnalato l’avvistamento di un orso in Iraq, confermato dalle ricerche sul campo dei membri del NGO Nature Iraq, che condussero uno studio nel 2010 concludendo che l’orso era sopravvissuto nella regione del Kurdistan dell’Iraq settentrionale.

(3) Si tratta dell’epoca geologica più recente, che include un lasso di tempo che va da circa 12.000 anni fa a oggi.

(4) La presenza di gorilla o scimpanzé in queste zone sarebbe ancora più improbabile di quella degli ultimi orsi di Crowther superstiti, inoltre il comportamento descritto dal testimone mal si adatterebbe a quello di questi primati.

Bibliografia essenziale

ALPINI, Prospero (1735), Historiae Aegypti naturalis pars prima. Lugduni Batavorum, apud G. Potvliet, 1 :232.
BLYTH, Edward (1841), lettera. Proceedings of the zoological society of London Vol. 9: 65.
BOURGUIGNAT, Jules-Réne.
(1867), Note sur un ursus nouveau découvert dans la grande caverne du Thaya. Annales des Sciences Naturelles Vol. 8: 41-51.
(1870), Souvenirs d’une exploration scientifique dans le nord de l’Afrique. V - Histoire du Djebel Thaya et des ossements fossiles recueillis dans la grande caverne de la Mosquée. Paris, Challamel Ainé :35, 39-77.
CALVIGNAC, Sébastien et al. (2008), Ancient DNA evidence for the loss of a highly divergent brown bear clade during historical times. Molecular Ecology, 17 [n° 8] : 1962-1970.
HAMDINE, Watik et al. (1998), Histoire récente de l’ours brun au Maghreb. Comptes-Rendus de l’Académie des Sciences, 321 : 565-570.
LOCHE, Victore Jean-Francoise (1858), Catalogue des mammifères et oiseaux observés en Algérie par le capitaine Loche. Paris, Bertrand: 30.
MICHAUX, Jacques (2007), Histoire récente de l’ours brun (Ursus arctos Linné, 1758) au Maghreb. Mésogée, 63 : 43-49.
POIRET, abate Jean-Louis Marie (1789), Voyage en Barbarie ou lettres écrites de l’ancienne Numidie pendant les années 1785 et 1786 avec un essai sur l’histoire naturelle de la Numidie. Paris, chez J.B.F née de la Rochelle, 1 : 238-239.