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L'ultimo tilacino

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L'ultimo tilacino

Storia e declino di una "specie carismatica"
di Lorenzo Rossi - Gio, 13/04/2017 - 09:28Qui si parla di
A volte ritornano

Nel mese di settembre del 1994, David Noble, una guardia forestale appassionata di scalate ed escursioni in aree impervie, fece una spettacolare scoperta all’interno del Wollemi National Park, a circa 150 kilometri a nord di Sidney, nel sud-est dell’Australia.

In una gola difficilmente accessibile scoprì infatti degli alberi dall’aspetto insolito che non riuscì a identificare, decidendo così di prelevare dei campioni per sottoporli all’esame dei botanici.

Gli specialisti furono concordi sul fatto che si trattava di una specie nuova per la scienza, che in onore del suo scopritore fu battezzata Wollemia nobilis (1).

Le sorprese non erano però destinate ad esaurirsi qui: studi successivi dimostrarono che il “Wollemi pine” (questo il nome con cui è divenuto famoso nel mondo, anche se tecnicamente non si tratta di un pino) era un superstite della famiglia delle Araucariaceae, piante che comparvero nel Giurassico inferiore (circa 200 milioni di anni) e che iniziarono a scomparire gradualmente dal continente 40 milioni di anni fa.

Quello delle “specie Lazzaro”, termine coniato in paleontologia per indicare organismi che scompaiono dal record fossile per poi riapparire inaspettatamente dopo un grande lasso di tempo, e oggi utilizzato anche per indicare specie precedentemente ritenute estinte e poi riscoperte in carne e ossa, rappresenta probabilmente uno degli aspetti più emozionanti e “romantici” della zoologia da campo.

Simili episodi, sebbene rari, avvengono con regolarità: uno studio del 2011 (2) indica 351 casi negli ultimi 122 anni. Con le dovute eccezioni, si tratta prevalentemente di specie ricomparse “soltanto” decenni dopo la loro dichiarata estinzione, ma comunque sufficienti a dimostrare come la ricerca sul campo, anche su un pianeta ormai completamente mappato dai satelliti, rappresenta ancora una parte essenziale della zoologia.

I cari estinti

Tra gli animali scomparsi in epoche recenti pochi hanno emozionato l’opinione pubblica quanto il tilacino (Thylacinus cynocephalus), anche conosciuto come tigre della Tasmania o lupo marsupiale.

In passato era molto diffuso in Australia continentale, dove si estinse circa 2.000 anni fa in seguito alla caccia da parte degli aborigeni (per i quali rappresentava una risorsa alimentare) e, in una fase successiva, alla competizione innescata dall’introduzione del dingo (3). Tuttavia gli ultimi esemplari sopravvissero sino agli anni ‘30 del Novecento in Tasmania, dove la loro popolazione, a causa dell’habitat non ideale rappresentato dall’isola, probabilmente non fu mai molto numerosa (4).

Lungo 180 centimetri dal naso alla punta della coda e alto al garrese 60 per un peso di circa 30 kilogrammi, possedeva un manto di colore marrone adornato da una serie di strisce nere, in genere da 13 a 20, che dalla base della coda si estendevano terminando poco prima delle spalle. Anche se l’aspetto generale ricordava quello di un canide, era un marsupiale e i suoi parenti viventi più prossimi animali come il diavolo della Tasmania (Sarcophilus harrisii) e il dasiuro maculato (Dasyurus maculatus).

Non ci è dato di sapere molto sul suo comportamento in natura, ma a dispetto dell’immagine di animale feroce e aggressivo con la quale fu dipinto dai primi coloni europei (probabilmente anche a causa di una delle sue caratteristiche più salienti: poter spalancare le fauci oltre i 120 gradi, come si vede nell’immagine), era una creatura molto timida ed elusiva nei confronti dell’uomo. Gli esemplari catturati in genere non opponevano resistenza e in molti casi morivano subito dopo, apparentemente per via del forte shock (5).

Il declino di questi predatori nella loro ultima roccaforte coincise con l’introduzione della pastorizia. Infatti nonostante poche prove al riguardo (5), il tilacino fu accusato di essere un feroce razziatore di bestiame domestico. Inoltre l’abbattimento delle foreste per favorire lo sviluppo agricolo ne causò la distruzione di gran parte dell’habitat.

Nel 1886 il governo australiano varò una vera e propria campagna di sterminio che prevedeva il pagamento di una ricompensa per ogni esemplare abbattuto. Ventitré anni dopo le taglie riscosse ammontavano già a oltre 5.000. Ad aggravare la situazione subentrò poi un’epidemia con effetti paragonabili a quelli del cimurro.

Nel 1910 le condizioni del tilacino erano talmente compromesse da indurre il governo a cessare gli abbattimenti, ma nonostante questo con il passare degli anni gli avvistamenti divennero sempre più sporadici. L’ultimo esemplare di cui si abbia ufficialmente notizia in natura fu abbattuto nel 1930 dal fattore Wilf Batty.

Nel 1936, con imperdonabile ritardo, il tilacino fu dichiarato specie protetta, ma ormai l’ultimo esemplare conosciuto era confinato presso lo zoo di Hobart, dove morì poco tempo dopo.

La ricerca ha inizio

Negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso furono organizzate diverse spedizioni sul campo per cercare di scoprire se esistessero ancora tilacini sopravvissuti. Tutti questi tentativi si conclusero con la raccolta di numerosi presunti avvistamenti, diversi dei quali considerati attendibili, ma con nessuna evidenza empirica.

Alla fine degli anni ‘50 lo zoologo Eric Guiler, ai tempi a capo dell’Animals and Birds Protection Board, rimase coinvolto direttamente nelle ricerche quando furono rinvenute alcune pecore uccise in circostanze insolite presso Broadmarsh (nord di Hobart). Durante il sopralluogo Guiler rinvenne delle impronte che attribuì al tilacino e appassionatosi al caso guidò ben nove spedizioni ufficiali dal 1957 al 1966: purtroppo, come le precedenti, si conclusero con un nulla di fatto.

I primi tentativi di ricerca adeguatamente finanziati ebbero luogo solo alla fine degli anni ‘70, quando il WWF coordinò due diversi progetti di indagine sul campo.

Nel primo, che vide ancora la partecipazione di Guiler, anziché seguire la metodologia dei tentativi precedenti (spostarsi da un luogo all’altro della Tasmania alla ricerca di testimoni), si scelse di concentrare le forze per un lungo lasso di tempo in aree giudicate ottimali avvalendosi di quindici fototrappole, ma non fu raccolto nessuno dato significativo.

Il secondo progetto, guidato da Steven J. Smith del National Parks and Wildlife Service, prevedeva invece l’utilizzo di diciassette fototrappole posizionate in punti scelti in base alle coordinate dei presunti avvistamenti. Furono fotografate nove diverse specie, ma nessun tilacino e Smith dichiarò nel suo rapporto che l’animale era probabilmente estinto, lasciando però uno spiraglio alla speranza:

è importante che le maggiori istituzioni scientifiche della Tasmania mostrino interesse verso i presunti avvistamenti di tilacino, in modo da essere in grado di raccogliere e valutare queste fonti di informazione. Se i tilacini esistono ancora in Tasmania, sono pochi, e il difficile compito di riscoprirli potrà essere facilitato dall’attenta analisi della raccolta degli avvistamenti segnalati (6).

Nel 1986, in base agli standard internazionali, il lupo marsupiale fu ufficialmente dichiarato estinto per mancanza di prove oggettive sulla sua presenza. Questo non ha comunque impedito ad alcuni accademici e appassionati di continuare a indagare sino ai nostri giorni.

Uno degli aspetti più incredibili dell’intera vicenda è dovuto al fatto che moltissimi avvistamenti continuano a provenire dal territorio australiano, dove, ricordiamo, la specie è scomparsa ormai da duemila anni. Nel 2004 Greg Heberle prese in esame 203 avvistamenti avvenuti dal 1936 al 1998 nella parte occidentale del Paese, suggerendo che, almeno in determinati casi, i testimoni avessero potuto scambiare per tilacini cani, volpi e dingo, ma non escludendo l’ipotesi remota della possibile sopravvivenza della specie nel continente (7).

Bufale marsupiali

Come per ogni argomento controverso in grado di suscitare grande interesse nell’opinione pubblica, anche nella storia della “caccia al tilacino” non sono mancate burle e tiri mancini.

Il caso più famoso è senza dubbio quello che vide come protagonista Rilla Martin, che nel 1964 divenne famosa per essere riuscita a fotografare la leggendaria “Tigre di Ozenkadnook”, animale avvistato sin dal 1880 lungo la parte sud occidentale dello Stato di Victoria e ritenuto dai locali un tilacino.

La Martin dichiarò che mentre percorreva in auto un tratto di strada accidentata nei pressi di Ozenkadnook, osservò uno strano animale tra la vegetazione che riuscì a fotografare prima che si desse alla fuga. La fotografia, ritraente un animale dalla peculiare striatura, è stata fonte di dibattiti e curiosità per lungo tempo, ma una recentissima notizia sembra venire in aiuto per fare luce sul mistero…

Foto della tigre di Ozenkadnook, 1964, attribuita a Rilla Martin

Il 24 marzo scorso, sul The Weekend Australian è infatti apparsa una commemorazione del vignettista Bill Leak, in cui il carattere scherzoso del compianto veniva attribuito al padre, direttore di ufficio postale e noto burlone locale. Tra le sue gesta, così racconta l’articolista, vi fu quella di confezionare assieme a un amico la sagoma di un tilacino utilizzando come modello una cartolina, per poi dipingerla e fotografarla tra gli arbusti.

Inizialmente l’immagine circolò per gioco solo tra un ristretto numero di persone, ma per l’effetto domino che nel bene e nel male caratterizza ogni burla ben riuscita, presto la voce si sparse e la fotografia finì per essere pubblicata sul giornale locale. Il padre di Leak supplicò il figlio di non rivelare ad alcuno lo scherzo, almeno fino a quando fosse stato in vita, e la promessa a quanto pare, fu mantenuta.

E’ senza dubbio difficile verificare questo aneddoto e ancora di più il coinvolgimento di Rilla Martin in tutta la storia, ma sicuramente, considerate le caratteristiche del soggetto ritratto in foto (parte superiore del capo tagliata di netto, striature chiare e nella posizione “sbagliata”), l’ipotesi dello scherzo è senza dubbio la più verosimile.

Nel mese di ottobre del 1981 l’Agricoltural Protection Board of Western Australia ingaggiò un tracker con discendenza aborigena, Kevin Cameron, affinché desse la caccia a un animale misterioso osservato da numerose persone, tra cui impiegati governativi, nel sud ovest dell’Australia Occidentale. Durante questo periodo Cameron dichiarò di avere osservato dei tilacini e successivamente di avere scattato cinque fotografie a un esemplare intento a scavare una buca alla base di un albero. Gli scettici non diedero valore a queste presunte prove e Cameron da parte sua non divulgò mai le fotografie ritenendo che potessero avere un qualche valore commerciale.

Nel 1985 lo zoologo Athol Douglas del Western Australian Museum ebbe un incontro con Cameron, che gli mostrò le immagini da lui scattate e anche i presunti calchi delle impronte dell’animale. Quest’ultime presentavano le differenze strutturali tipiche delle zampe del tilacino: posteriori dotate di quattro dita e anteriori di cinque. Le immagini e la testimonianza convinsero Douglas, che incoraggiato dal parere positivo del direttore del museo Ronald Strahan, pubblicò un articolo sul New Scientist (8).

Le foto di Cameron (dal New Scientist del 24 aprile 1986)

Le varie fasi della realizzazione dell’articolo fecero però poco a poco emergere particolari sospetti e strane incongruenze che vennero approfondite da Douglas in una successiva pubblicazione (9).

Inizialmente Cameron voleva che sulla rivista fosse pubblicato solo un ingrandimento in bianco e nero di uno dei negativi originali. Dopo una lunga discussione accettò che fossero stampate le immagini a colori, ma pretese di essere presente durante il processo di sviluppo delle immagini dai negativi. In quell’occasione, per la prima volta, Douglas poté osservare le immagini senza tagli e con un buon ingrandimento, notando come la pellicola fosse stata manomessa e mancassero dei fotogrammi. Inoltre le fotografie erano state scattate da angolazioni differenti e questo invalidava la testimonianza di Cameron, secondo la quale l’incontro con il tilacino era durato 20 – 30 secondi prima della sua fuga.

Infine non erano presenti negativi dei momenti in cui l’animale si stava allontanando, la sua testa non era mai visibile e nella prima immagine sembrava essere presente l’ombra di un’altra persona con un fucile puntato. Douglas formulò un’ipotesi alquanto contorta, secondo la quale l’unica immagine che mostrava un animale vivo era la prima, mentre le successive furono scattate diverse ore dopo sfruttando gli effetti del rigor mortis.

Nonostante tutte queste incongruenze, sperando che in seguito alla pubblicazione dell’articolo qualche anonimo si sarebbe fatto avanti per annunciare il ritrovamento del cadavere dell’animale, decise di inviare ugualmente il materiale al New Scientist, ma a causa di accese critiche da parte dei lettori sul numero seguente della rivista, Cameron scomparve dalle scene ed evitò ogni successivo contatto con Douglas.

Sebbene quest’ultimo si ritenesse assolutamente convinto che il soggetto delle fotografie fosse un tilacino in carne e ossa, considerando l’evolversi della vicenda è probabilmente più lecito ritenere che sia stato suo malgrado vittima di uno scherzo.

... e la ricerca continua

Con questi presupposti e con una storia così affascinante alla spalle, è facile capire come ogni nuova spedizione organizzata per cercare prove sulla sopravvivenza del tilacino riesca sempre ad attirare l’attenzione dei media e del pubblico.

L’ultima notizia in merito è stata diffusa il 28 marzo scorso e riguarda un’indagine che il Prof. Bill Laurance della James Cook University ha deciso di condurre nella penisola di Capo York a seguito della raccolta di testimonianze da lui ritenute attendibili. La ricerca si avvarrà dell’uso di cinquanta fototrappole e se non altro, lupo marsupiale o meno, fornirà senza dubbio dati interessanti sulle specie che abitano la zona.

Certo è che, da un Paese grande 25 volte l’Italia, ma che possiede solo un terzo della sua popolazione, a prima vista potrebbe essere lecito attendersi un colpo di scena come quanto avvenuto con il “Wollemi pine”, ma la lunga lista infruttuosa di tentativi di riscoprire il tilacino, sia da parte dei professionisti che degli appassionati, induce alla massima cautela.

Inoltre nel mondo accademico c’è anche chi, come Diana Fisher e Simon Blomberg della University of Queensland, ha definitivamente posto fine alla questione.

Per i due ricercatori, che nel numero del febbraio 2012 della rivista Conservation Biology presentarono un modello matematico per stimare l’estinzione di una specie basandosi sugli avvistamenti e i tratti biologici (10), il tilacino si sarebbe estinto in natura nel 1935 e non si dovrebbero più investire soldi ed energie nella sua ricerca.

Note
  1. Jones W. G. et al. (1995). Wollemia nobilis, a new living Australian genus and species in the Araucariaceae. Telopea 6(2-3): 173-176.
  2. Sheffers, B. R. et al. (2011). The world’s rediscovered species: back from the brink? PLoS One 6, e22531.
  3. Daleszczyk, K. et al. (2016). Mammal Species Extinction and Decline: Some Current and Past Case Studies of the Detrimental Influence of Man. In: Angelici F. M. (ed.) Problematic Wildlife A Cross-Disciplinary Approach. Springer International, pp. 21-44
  4. Mooney, N. & Rounsevell, D. E. (2008). Thylacine, Thylacinus cynocephalus. In: Van Dick, S. & Strahan, R. (eds) The mammals of Australia [3rd ed.] Reed New Holland, Sidney, pp. 167-168
  5. Owen, D. (2003). Thylacine: the tragic tale of the Tasmanian tiger. Allen&Unwin, Crows Nest, N.S.W.
  6. Smith, S. J. (1981). The Tasmanian Tiger – 1980: A report on an investigation of the current status of the thylacine Thylacinus cynocephalus, funded by the World Wildlife Fund. National Parks & Wildlife Service, Hobart.
  7. Heberle, G. (2004). Reports of alleged thylacine sightings in Western Australia. Conservation Science Western Australia 5(1): 1-5
  8. Douglas, A. M. (1986, April 24). Tigers in Western Australia? New Scientist 110(1505): 44-47
  9. Douglas, A. M. (1990). The Thylacine a case for current existence on Mainland Australia. Cryptozoology 9: 13-25
  10. Fisher, D. O. & Blomberg, S. P. (2011). Inferring Extinction of Mammals from Sighting Records, Threats, and Biological Traits. Conservation Biology 26(1): 57-65