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Alle origini del grifone

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Alle origini del grifone

una spiegazione geomitologica per un'antica leggenda
di Lorenzo Rossi - Mer, 24/10/2012 - 10:58Qui si parla di

Anche se la paleontologia, la scienza che studia gli antichi organismi viventi, è una disciplina relativamente recente, i fossili di piante e animali hanno alimentato (e talvolta inquietato) la curiosità dell'uomo sin dai tempi antichi. La prima citazione conosciuta proviene dal filosofo greco Senofane di Colofone, che segnalò l'impronta di una foglia di alloro su di una pietra presso l'isola di Paro ed è soprattutto in Grecia e in Asia centrale che i fossili hanno rivestito un ruolo importante nelle epoche passate. Erano infatti raccolti, acquistati ed esposti.

D'altronde il motivo di un tale interesse non è affatto sorprendente: se ancora oggi gli scheletri degli antichi abitanti della Terra presenti nei musei, sono uno spettacolo affascinante per i nostri occhi oramai disincantati di uomini del XXI secolo, possiamo soltanto immaginare quale sorta di meraviglia potessero rappresentare per chi visse in periodi storici nei quali i meccanismi dei fenomeni fisici e naturali erano per la maggior parte ancora avvolti dal mistero.

Risulta così più che logico, supporre che le antiche vestigia di diversi animali possano essere state all'origine di molte incredibili leggende circa l'esistenza delle creature mostruose più disparate, o che se non altro, il loro ritrovamento possa essere stato accostato a quest'ultime.

Per i casi storicamente più vicini a noi abbiamo la certezza che tutto ciò sia talvolta effettivamente avvenuto, un esempio lampante è il cranio di un rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis), pachiderma eurasiatico estintosi alla fine dell'ultima Era Glaciale, che nel 1590 lo scultore Ulrich Vogelsang utilizzò come modello per realizzare la famosa fontana raffigurante un drago della città di Klagenfurt (Austria).

Anche le numerose "costole di drago", che adornano a tutt'oggi le volte di alcune chiese dell'Italia settentrionale sorte lungo le propaggini di un'antica area acquitrinosa conosciuta come Mare Gerundo, sebbene indicate dalla tradizione come appartenenti a terribili mostri serpentiformi che abitavano le acque della grande palude prima della sua bonifica ad opera dei Visconti, appartengono in realtà ad animali del tutto prosaici, in questo caso antichi cetacei.

D'altra parte per quanto concerne le epoche più remote, si possono soltanto formulare congetture vagliando scrupolosamente le spesso frammentarie fonti storiche disponibili, ma talvolta anche in questi casi, le corrispondenze che emergono tra antiche leggende e resti fossili possono risultare letteralmente sorprendenti...

I più antichi trattati naturalistici cinesi riferivano dell'esistenza, nelle terre a nord del Paese, di un'enorme creatura villosa grande quanto una balena chiamata generalmente fen-chu (ratto scavatore) , che viveva perennemente nascosta nel sottosuolo scavando gallerie con i suoi enormi denti a forma di piccone. Se accidentalmente la terra franava esponendo il fen-chu all'aria e ai raggi solari, quest'ultimo moriva all'istante e quando ciò avveniva, le popolazioni locali accorrevano per raccoglierne i denti, dai quali ricavavano utensili e oggetti decorativi.

All'epoca la Cina aveva instaurato rapporti commerciali con le popolazioni siberiane degli Yakut, Khanty e Koriak, che credevano all'esistenza di queste grandi creature, da loro chiamate mamantu (animale sotterraneo).

Fu soltanto all'inizio del 1800 che queste apparentemente sin troppo colorite leggende oramai dimenticate, trovarono una sbalorditiva conferma scientifica: le misteriose creature non erano altro che corpi perfettamente conservati di mammut (Mammuthus primigenius), che il peculiare terreno semi congelato delle steppe siberiane, il permafrost, era riuscito a preservare quasi del tutto intatti con tanto di carne e pelliccia!

Anche il grifone, famoso essere leggendario dotato del corpo di un leone e delle ali e della testa di un'aquila, potrebbe avere trovato, grazie ad una brillante intuizione della studiosa di folklore e antiche tecnologie Adrienne Mayor, una ragionevole spiegazione.

La sua figura ha infatti rappresentato per molto tempo un grattacapo per i mitologi: infatti sebbene da un lato sia una costante iconografica dell'area mediterranea e mediorientale da almeno 6000 anni, dall'altro non ha mai dato vita a vere e proprie leggende sul suo conto, rivestendo sempre un ruolo molto marginale all'interno delle diverse culture.

La principale spiegazione a questa singolare mancanza, si è a lungo basata sul fatto che il grande successo del grifone nella storia dell'arte, fosse dovuto fondamentalmente al suo aspetto, caratterizzato dalla fusione dei due animali che più di ogni altro, per le antiche popolazioni del bacino del mediterraneo, incarnavano il potere e la nobiltà: il leone e l'aquila. In sintesi il grifone avrebbe svolto alla perfezione un ruolo allegorico piuttosto che esprimere un simbolismo che ha da sempre caratterizzato i numerosi mostri plasmati dalla mente umana.

Nel 1992 la Mayor cercò di affrontare il problema da un altro punto di vista, ipotizzando che se il grifone non era stato protagonista di nessun racconto mitologico del mondo greco, probabilmente l'origine della sua leggenda era da localizzarsi in un'altra area geografica ben precisa. Consultando la letteratura impostò così la sua indagine basandosi sull'unico mito, sebbene mai veramente sviluppato, avente come protagonista questa creatura: la difesa dell'oro.

I primi accenni in proposito coincidono con l'esordio dei grifoni in letteratura e sembrano risalire al 600 a.C. Sono attribuiti all'opera perduta Arimaspea di Aristea di Proconneso, che sentì parlare per la prima volta di questi esseri mentre viaggiava presso la terra della tribù scitica degli Issedoni, prossima ai monti Altai. Interessanti sono anche i riferimenti di altri autori circa il rapporto tra i grifoni e l'oro. Erodoto li descrive infatti come "guardiani" del prezioso minerale, mentre secondo Plinio il Vecchio "gettano fuori l'oro quando fanno le loro tane". Anche il compilatore romano di scienza naturale Eliano conferma, dopo diversi secoli dalle prime descrizioni, che i grifoni custodiscono l'oro, aggiungendo inoltre che quando sopraggiungono i cercatori sono spaventati per i propri piccoli.

Giunti a questo punto diventa molto interessante notare come diverse zone dell'antico territorio issedonico fossero famose per i loro giacimenti auriferi, al punto che Altai significa oro.

Inoltre l'aspetto del grifone dotato di ali prevalse sulle altre descrizioni soltanto dopo il 1646 in seguito a una pubblicazione dello scrittore britannico Thomas Browne. Infatti le fonti più antiche si riferiscono al grifone "semplicemente" come ad una bestia quadrupede dotata di coda e di un poderoso becco adunco.

La Mayor mise in relazione queste prime descrizioni con l'importante scoperta che nel 1920 l'esploratore statunitense Roy Chapman Andrews, che in seguito sarebbe diventato il direttore dell'American Museum of Natural History, fece nel deserto del Gobi: un'enorme quantità di resti fossili di un dinosauro del tardo Cretaceo chiamato protoceratopo (Protoceratops andrewsi).

Le ossa di questi animali, lunghi poco meno di due metri e dotati di quattro zampe, una coda e di una testa possente munita di un enorme becco ricurvo, erano disseminate su di una vasta area e appartenevano ad individui di entrambe i sessi, sia adulti che giovani. Ma la vera eccezionalità di questo ritrovamento consisteva nel fatto che per la prima volta nella storia, oltre alle ossa furono rinvenute anche numerose uova fossilizzate, talvolta ancora raggruppate assieme in veri e propri nidi.

Essendo la zona di questi ritrovamenti alquanto prossima all'areale in cui si generarono le prime leggende sul grifone, la Mayor ipotizzò uno scenario piuttosto verosimile: gli antichi cercatori d'oro si sarebbero imbattuti durante i loro viaggi nei fossili dei protoceratopi e i loro crani dal vistosissimo becco (grifone deriva dal greco "gripos", che significa adunco), la presenza di uova e la loro prossimità ai giacimenti auriferi, avrebbero contribuito alla nascita delle leggende sui mostruosi animali che difendevano la propria prole dagli intrusi e gettavano fuori l'oro dal sottosuolo quando scavavano le tane.

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